Cittadinanza e dono: ripensare un diritto

Quando Marcell Mauss pensa, e scrive, il saggio sul dono ha ben presente una cosa: il dono è una categoria evidente nella vita delle persone. Quello che Mauss chiama lo “spirito del dono” è la capacità umana di superare le logiche mercantili ed economicistiche del mercato.

   Un mercato che è sempre meno auto regolato ma sempre di più regolato da pochi. Il dono che porta a ricevere e, poi, a ricambiare o contraccambiare si ferma, in uno dei suoi passaggi fondamentali, perché consumato dal consumismo, come avrebbe sostenuto negli anni ’70 Vittorio Lanternari. Il dono, quindi, regolatore e cartina di tornasole della socialità delle persone e della loro capacità di tessere relazioni, anche e sopratutto, con chi è estraneo. Ed è proprio qui il corto circuito della circolarità moderna del concetto di Mauss: non si dona, si riceve e, infine, si respinge. Pensiamo alla costruzione politica del rischio, secondo la brillante intuizione di Ulrich Bech, nella migrazione.

    Superando le considerazioni politiche è d’obbligo un’analisi del blocco del fatto sociale totale, così identifica il dono Marcell Mauss ovvero un’espressione della totalità della condizione umana, guardando come ci sia la volontà da parte dei policy maker di costruire un “delinquente”, creando ad hoc un reato come quello di clandestino, ovvero non si dona la possibilità democratica di crearsi un futuro diverso; si riceve un essere umano, a cui si negano tutti i diritti, per farlo divenire capro espiatorio nei commenti politici; si respinge come medicina, come deterrente a rivendicazioni future e come monito per chi, e sono molti, non hanno il coraggio di far sentire la propria voce.

   Ma siamo veramente così refrattari, come pietre, alla condivisione e al dono? No, non credo. La questione è: quanto dobbiamo attendere perché si comprenda che il dono arricchisce?

 

 

di Mario PESCE

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