SANREMO, MASTERCHEF E LO SPECCHIO DELL’ITALIA

In questi giorni tengono banco le grandi polemiche sul vincitore e sugli sconfitti del Festival di Sanremo. Per carità, nulla di nuovo sotto il Sole, sia ben chiaro. Quello che stupisce però è il motivo delle polemiche.
Nella sua lunga tradizione, il Festival è sempre stato caratterizzato da grandi polemiche di ogni tipo: accuse di plagio, discussioni infinite su quale fosse la canzone più meritevole, la modalità del voto, a chi andrà l’ambito premio della critica, e via discorrendo.

Quest’anno però due sono le cose che colpiscono, ovvero la violenza verbale della discussione e soprattutto il perché viene criticato il vincitore.

Ha vinto Mahmood, pseudonimo di Alessandro Mahmoud, un ragazzo di 26 anni nato a Milano da mamma sarda di Orosei e papà egiziano. Ed è proprio questo il nocciolo della questione: viene considerata da moltissimi soltanto la sua origine, in parte peraltro, nordafricana.

Premettendo che ognuno può avere i suoi personali gusti musicali (ad esempio a me non piaceva in particolar modo nessuna delle canzoni piazzatesi sul podio), questo è il tipico ragazzo di talento cresciuto in una periferia difficile. Pur giovane vanta già una carriera di discreto successo sia come cantante sia come autore. Nell’ultimo anno ad esempio figura tra gli autori di due hit di successo come “Nero Bali” cantata da Elodie e “Hola (I say)” portata al successo da Marco Mengoni e Tom Walker.

Ma il fatto che abbia origini miste, pur essendo nato a Milano e pur parlando fluentemente addirittura il sardo, non può venire perdonato da moltissimi, a cominciare da un certo ministro.

Il razzismo ormai imperante e sotto gli occhi di tutti. Che ci è successo? Partecipanti e vincitori a Sanremo di origine mista o non italiani ne abbiamo avuti diversi, basti pensare ad Anna Oxa (albanese), ma mai si era vista una tale rabbia nei confronti del “diverso” dallo stereotipo della razza italiana che deve necessariamente essere innanzitutto bianca.

Ma un altro programma di grande successo mi colpisce per essere anch’esso lo specchio del nostro Paese, ed è Masterchef Italia.

          Colpisce soprattutto se paragonato a Masterchef Australia (nella cui foto vedete i finalisti dell’edizione di quest’anno). Laggiù sono sempre tutti molto sorridenti, positivi e vivono la gara con un grande spirito di sportività e di fratellanza.

Nell’edizione nostrana invece, già dopo due puntate soltanto, ci sono invidie, rancori, furbizie, tranelli… è lo specchio di un Paese incattivito.

Un’altra cosa colpisce in Masterchef Australia: i concorrenti sono estremamente eterogenei dal punto di vista delle origini. Lì nessuno ci dà peso. Semplicemente è la normalità. Qui saremo normali quando arriveremo a non dar peso al colore della pelle. Qualche tempo fa mi sarebbe sembrata una frase piuttosto banale, ora davvero non lo è più.

E’ un dato di fatto agghiacciante.

di Antimo De Ruosi

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