LA SINISTRA DEVE RICOMINCIARE

Non è più tempo di assestamenti, di toppe da cucire per nascondere i buchi, di giochetti e di strane alleanze.  Non c’è più il tempo per i tatticismi: oggi bisogna avere la consapevolezza che la sinistra deve cambiare e cambiare presto e radicalmente, rispetto quella che abbiamo conosciuto negli ultimi anni (o forse decenni?).

  Se la sinistra pensa ad un classico e ordinario assestamento è finita, ormai bastano ben poche sconfitte ancora per sparire del tutto. Davanti a noi c’è una nuova epoca storica che si sta aprendo, sta a noi capire come dobbiamo agire e di conseguenza agire nel modo migliore.

  Occorre ricominciare dal basso, dall’ umiltà (ma c’è ancora qualcuno nel gruppo dirigente che ha guidato negli ultimi anni il PD che si ricorda il significato di questo sostantivo?).

  Occorre ricominciare dal basso, dicevo. Quand’ero un ragazzo si parlava di andare a scuola dalla classe operaia, adesso quale scuola abbiamo davanti? Quella dei banchieri e degli affaristi, degli inciuci e dei disonesti? Occorre una visione critica per guardare oggi il mondo nella sua complessità.

  Ci sono culture attorno a noi che interpretano in modo diverso il mondo ed interpretano i suoi cambiamenti. Gruppi ed associazioni che non accettano il pensiero di Salvini e Di Maio, La politica della sinistra deve essere in grado di aprire prospettive reali per la vita delle persone; di insediamenti sociali che mettano in moto partecipazione e comunità.

   Servono classi dirigenti nuove, giovani, fresche, sorrette nella sfida da un cumulo di esperienze e di storie, individuali e collettive, che non va disperso, ma che deve saper compiere un passo di lato.

  Spesso, purtroppo in questi anni, la giovinezza che guardava al centro- sinistra non è stata in grado di operare un vero cambiamento. Se qualcuno pensa che mi stia rivolgendo all’ esperienza di Renzi, beh devo dire che pensavo proprio a questo. Occorre “rottamare” ci dicevano, ma cosa è stato individuato per sostituire i rottamati? Forse l’allontanamento dei lavoratori dal partito? Mi sembra che la cosa più evidente sia che i rottamatori siano ormai diventati i rottamati della storia.

   È passato quasi un anno ormai dalle ultime elezioni politiche. Il PD non ha oggi che un modesto spazio. Il potere politico è stato assunto da ignoranti e presuntuosi giovanotti che non si vergognano neppure di portare avanti una politica xenofoba, razzista e, a volte, fascista. Il nuovo avanza, ma a me sembra di notare cose già viste nella storia recente.

  Lo diceva Karl Marx (si può ancora citare?) affermava che la Storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.  Ancora una volta il vecchio Marx aveva ragione. Alla tragedia subita, delle ultime elezioni politiche abbiamo assistito ad una farsa e non solo da parte dei partiti avversari ma anche al nostro interno. A distanza di un anno, ad esempio, ancora non c’è stata una analisi vera e concreta della sconfitta, Il paziente è moribondo eppure nessuno si sta preoccupando di capire le cause della grave malattia. Aspettiamo che muoia?   

  Possibile che non ci sia stata un’attenta analisi del perché in pochissimi anni siamo passati dal massimo storico al minimo storico dei voti alla sinistra? Come possiamo ancora vincere se non sappiamo, almeno in modo ufficiale, perché abbiamo perso?

   Intanto subiamo un forte e preoccupante arretramento sociale e la convivenza democratica sempre più s’incrina.

   Eppure, il Partito Democratico era nato per allargare il campo sociale e politico della sinistra, per mescolare culture e differenze per un obiettivo di grandi e profondi cambiamenti.  Tutto è invece finito ben presto con un uomo che sembrava inviato dalla provvidenza solo al comando, con la contrapposizione di cordate interne, insensibile ai ripetuti segnali di distacco di pezzi di elettorato e di intelligenze che dall’esterno guardavano ad esso.

  Il mondo operaio e di molte categorie di lavoratori si rivolge a 5 Stelle e Lega, non si sente rappresentato dal PD e dai suoi dirigenti. Cosa vogliamo una sinistra senza i lavoratori?

  Dopo aver perso il contatto del classico mondo dei lavoratori siamo riusciti a perdere il consenso anche da parte della piccola borghesia colta.

   Ma meno prevedibile, bisogna ammettere, è questo immobilismo, la ritualità che segna la fase del dopo voto, proprio mentre s’insedia e si espande nel paese e nelle istituzioni, un connubio politico (Lega- 5 Stelle) tanto inedito quanto rischioso per l’Italia e, ormai, è chiaro, per la stessa Europa.

  È un immobilismo che parla non soltanto dell’inadeguatezza politica, ma della responsabilità morale delle attuali classi dirigenti; prima di tutto verso quella parte di società italiana, niente affatto trascurabile, che non intende consegnarsi alla deriva populista, e potrebbe persino coltivare un bisogno di sinistra se però da qualche parte la si potesse individuare ancora.

  Per questo occorre ricominciare dalle nostre radici. Senza paura di pesare le parole: “fallimento” è sicuramente la parola giusta.  C’è bisogno di un vero e coraggioso progetto, di un’alternativa, autonoma e strategica che indichi il cammino per i prossimi anni. Qui è il vuoto da colmare. Occorre prendere atto d’aver toccato il fondo ed è proprio questo il primo passo verso la nostra rinascita.

  Nicola Zingaretti è la figura, a mio modesto parere, che può fare, più di ogni altro nel PD e verso il popolo della sinistra. Ha il profilo adatto per imprimere discontinuità e attrezzare il cantiere della sinistra, rimettendola in campo. L’ha dimostrato nelle stagioni del governo amministrativo di cui è stato ed è protagonista. Nicola Zingaretti ha la credibilità conquistata sul campo, gli occorre ora la dose di coraggio necessaria a una sfida inedita, non certo all’ordinaria amministrazione.

“Piazza Grande”, il percorso al quale ha dato vita, evoca già nel nome l’intento di far uscire il PD dal circolo vizioso interno in cui ristagna, avviando una discussione su come ricostruire una forza politica di sinistra, democratica e progressista chiusa ad ogni forma di xenofobia e razzismo. Riconquistando la fiducia del proprio popolo ormai disperso ed amareggiato.

   La discussione deve riguardare tutti, senza pregiudizi né precipitazioni organizzative. Dobbiamo pensare alla nostra gloriosa storia e alle nostre tradizioni.  Il partito a cui dedicheremo le nostre forze e le nostre speranze per un mondo migliore deve essere veramente nostro dobbiamo sentirci a casa nostra e non sentirsi abbandonati. Non ci serve alcun messia, l’abbiamo avuto e ci è bastato.

  Vogliamo un partito che sia una scommessa aperta sul futuro. Un futuro che non può che essere inclusivo, plurale, costellato di una classe dirigente, maschile e femminile, giovane e alternativa.  Questa oggi è la posta in gioco e tutti noi dobbiamo ritornare a far sentire la nostra voce. Non possiamo di certo restare a guardare.

di Gianni ZANIRATO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *