UNA LEZIONE PER TUTTI Parità di genere, a che punto siamo?

Conoscete la metafora deI “soffitto di cristallo”? A cosa state pensando: luce, trasparenza, libertà, qualcosa che fa sognare, qualcosa, quasi poetico.

Effettivamente, per chi ignora la metafora, non può essere un accostamento di sostantivi negativi.

 

Il soffitto di cristallo… illusione.

 

Chiara Saraceno, ospite, della Scuola di Formazione Politica, ce l’ha ben spiegato nella serata dedicata all’uguaglianza di genere.

Il soffitto di cristallo è ciò che impedisce alle donne di raggiungere le cariche più alte, perché viene negato loro di oltrepassare tale barriera invisibile.

Il significato coniato nel 1978 da Marilyn Loden, ci evidenzia la triste rappresentazione.

Una metafora che indica una situazione in cui l’avanzamento di carriera di una persona in una qualsiasi organizzazione lavorativa o sociale, o il raggiungimento della parità di diritti, viene impedito per discriminazioni sessuali o razziali,  che si frappongono come barriere insormontabili, anche se apparentemente invisibili.

Il soffitto di cristallo dovrebbe rappresentare la motivazione per le donne, a voler migliorare la propria condizione nel mondo del lavoro, a voler modificare la cultura vigente, a volersi affermare e ribellare ad un mondo in cui, l’uomo, è normale che si trovi al di sopra del soffitto.

Il problema principale che costituisce il divario esistente tra uomini e donne è legato ad una cultura ancora troppo ancorata a modelli del passato.

Per quanto analizzando i dati statistici, si nota una crescita esponenziale, rispetto agli anni ’70, di donne istruite, continua ad esistere l’idea che la donna sia colei che debba rinunciare alla carriera per il bene della famiglia.

Già, perché un bambino senza la mamma soffre!

Nel mercato del lavoro, la donna parte già svantaggiata nei confronti di un uomo. A parità di istruzione e conoscenza: “la donna si assenterà di più a causa dei figli, per cui ci conviene investire sulla formazione di un uomo”. E mi permetto di fare una tale affermazione, che forse risulta essere più una provocazione, perché l’ho vissuto in prima persona. Durante un colloquio di lavoro immediatamente dopo la presentazione, la prima domanda che mi è stata posta è stata: “Lei è sposata? Ha intenzione di avere dei figli? Sa, glielo chiedo perché ormai conosce il mondo del lavoro, a noi costa troppo mantenere una donna in maternità, a noi, servono persone sempre disponibili. Con gli uomini siamo in una botte di ferro, da questo punto di vista.”

Fortunatamente non tutte le aziende sono uguali e non sarebbe corretto fare di tutta l’erba un fascio.

Questo episodio mi fa pensare che siamo ben lontani, in Italia, dal raggiungimento del 5° obiettivo per lo sviluppo sostenibile, che la comunità degli Stati – con la partecipazione di più di 150 leader internazionali – ha sottoscritto nel settembre 2015 e del quale Chiara Saraceno ha fatto il punto.

Un’Italia spaccata in due, anche qui.

Al nord c’è un maggiore sforzo a contrastare i vecchi modelli e un’apertura nei confronti dell’uguaglianza di genere e della parità. Al sud però, le condizioni sono ancora altre. La cultura diffusa continua ad essere ancorata al passato.

In Italia, rileva Eurostat, la differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile, gender gap, sfiora il 20%: solo Malta ha una differenza maggiore, del 26,1%. L’Italia è infatti, ancora una volta, il penultimo Paese Ue per donne occupate, appena il 52,5%. L’Italia si ritrova, purtroppo ultima in Europa  per occupazione femminile, nel mezzogiorno, circa il 30% delle donne tra i 15 e i 64 anni sono occupate.

Maglia nera spetta alla Sicilia con il 29,2 per cento. Poi c’è la Campania, 29,4; la Calabria, 30,2; la Puglia, 32.

Non sono donne senza ambizioni, sono semplicemente vittime di una cultura, sotto certi aspetti, ancora troppo maschilista. E non solo. Ad aggravare la situazione della partecipazione femminile, (tanto al nord quanto al sud) è anche l’incapacità  delle politiche italiane di welfare e del lavoro di conciliare la vita lavorativa a quella familiare, causando anche incertezza economica e una modifica dei comportamenti sociali.

Per contribuire allo sviluppo globale, promuovere il benessere umano e sconfiggere la povertà è cruciale l’emancipazione femminile e il riconoscimento della parità di genere.

Non sarà una vittoria delle donne per le donne, ma una vittoria per lo

sviluppo sociale ed economico di tutti, donne e uomini.

 

di Selene Giovannini e Sara Sibona

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