UNA LEZIONE DI VITA

Da bambino ero un solitario.

Non per colpa mia: facevo i “compiti a casa” alla velocità della luce. Alle due avevo già finito. Avevo due, tre, a volte quattro ore in cui non sapevo con chi giocare. Allora uscivo coi pattini o in bicicletta (una bicicletta da donna, quella delle mie sorelle, perché non arrivavo al sellino). Andavo ogni giorno più lontano fino a Monte Pellegrino o alla Favorita, un parco enorme alle porte di Palermo. A undici anni sono arrivato a Mondello e ho visto per la prima volta il mare.

Quando il tempo era brutto andavo su. Da bambino, il parco giochi era giù, nella strada. Quando pioveva invece andavo su, al piano di sopra, dalla signora Mormile. Non ho mai saputo il suo cognome. Allora le donne avevano il cognome del marito. Di mia madre ho scoperto che si chiamava Lepanto a diciotto anni quando l’ho accompagnata a fare un documento e si è firmata Grazia Lepanto in Riggio, dove in sottolineava il feudo entro cui abitava. Il feudatario della signora Mormile era morto ma le aveva lasciato per sempre il cognome.

A me piaceva la vedova Mormile perché mi dava i dolcetti e un po’ di latte o le arance spremute. Soprattutto mi piaceva perché mi insegnava i solitari con le carte, ne conosceva tantissimi. Da allora mi è rimasta la passione dei solitari e, forse malgrado la mia vita pubblica di medico e politico, sono rimasto un solitario.

La signora Mormile aveva due figli: Paola e Carmelo.

Paola, secondo me era bellissima ed era una persona importante: leggeva le notizie al “Fico d’India”, il giornale radio regionale in Sicilia e faceva l’attrice (una volta andai all’oratorio a vedere una fiaba in cui recitava e che mi fece piangere).

Carmelo era un introverso (la morte di un genitore non è mai senza gravi conseguenze). Studiava medicina e non mi calcolava nemmeno ma io andavo lo stesso su per i dolcetti e i solitari della signora Mormile e perché c’era Stefano.

Stefano era anche lui studente di medicina, era amico di Carmelo e studiavano insieme. Era un bel ragazzo, alto, snello, con i capelli rossicci e un sorriso stupendo. Lui mi metteva sulle gambe (io ero piccolo e sono rimasto basso fino a sedici anni, tanto che portavo ancora i pantaloncini corti). Mi faceva sedere sulle sue gambe e, davanti al libro di anatomia aperto, mi diceva: “Vedi? Questi sono i reni, questo è il fegato, questo è il cuore e questo è il pisello.” E ridevamo!

Mi prendeva sul serio! Stefano mi trattava da pari a pari!

Per me, che ero l’ultimo di sei figli, e quindi ero il più imbranato, era normale essere sottovalutato (anche se il mio rendimento scolastico pian piano fece ricredere tutti). Invece Stefano mi considerava.

E mi considerava un amico. Tanto che una volta tirò fuori dalla tasca il portafoglio (aveva un portafoglio!) e mi disse: ti faccio vedere la mia fidanzata. Mi mostrò una fotografia della sua ragazza. Sorpresa: era una ragazza in carrozzella. “Si è rotta una gamba?” chiesi, spaventato. “No, è così: ha la poliomielite.” Io non sapevo che cosa fosse e lui, come faceva con le immagini anatomiche, mi spiegò che cosa era la poliomielite: una malattia dei nervi che colpisce soprattutto alle gambe e che fa morire i muscoli che servono a fare muovere il corpo. “E non si può curare.” E lui: “No. C’è un vaccino, il Salk che protegge quasi tutti i bambini, anzi credo che abbia fatto anche tu la puntura.” Per fortuna non me ne ricordavo. “Presto ce ne sarà un altro, il Sabin: poche gocce da bere e nessuno prenderà più la malattia.”

Non so se questo episodio fu decisivo per la mia scelta di fare il medico. Le cause delle cose, come dice Calvino, sono sempre molteplici e le cause delle cause lo sono a loro volta fino all’infinito.

La cosa più importante fu la lezione di vita. Stefano, un ragazzo bello, sano, intelligente, destinato a diventare un medico (allora uno dei gradini più alti della scala sociale, aveva una ragazza handicappata. E l’amava! Ne era orgoglioso! Mi vergognai e mi vergogno ancora adesso dei pregiudizi che avevo e che forse, nascostamente mi porto appresso perché il nostro “brodo di coltura” ci influenza per tutta la vita. Il razzismo, non solo quello schifoso di Salvini, nasce da un’idea che ci portiamo appresso da secoli e che ci porta a dividere gli uomini in superiori e inferiori.

Per quanto riguarda i disabili, voglio ricordare per tutti, uno dei più grandi scienziati dell’umanità scomparso recentemente: Stephen Hawking. Per chi non lo ha fatto, suggerisco di vedere il bellissimo film: “La teoria del tutto”.

Angelino RIGGIO

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