Mussolini campione di bluff Le bugiarde vanterie del fascismo

Francesco Filippi in un pamphlet (Bollati Boringhieri) denuncia le leggende sul regime.
«Mussolini ha fatto anche cose buone?»: troppi italiani ci credono ancora

di CORRADO STAJANO

Sembra un ritornello inestirpabile del modo di pensare di una certa comunità nazionale il titolo di questo libro di Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo. Pubblicato da Bollati Boringhieri, con una prefazione di Carlo Greppi, lo studio di Filippi è di grande attualità. Non soltanto a causa delle balordaggini del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani: «Mussolini? Fino a quando non ha dichiarato guerra al mondo intero seguendo Hitler, fino a quando non s’è fatto promotore delle leggi razziali, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto delle cose positive per realizzare infrastrutture nel nostro Paese, le bonifiche, altro».

Francesco Filippi, «Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo», con prefazione dello storico Carlo Greppi (Bollati Boringhieri, pagine 131, euro 12)

Una specie di Dizionario dei luoghi comuni, protagonista il fascismo, resiste da più di settant’anni in questa infelice Italia, la sua parte più incolta, almeno. Adesso, a causa degli anniversari — il 1919, la fondazione dei Fasci di combattimento in piazza San Sepolcro a Milano — e di un clima politico benevolo verso quel passato creato da Salvini, dalla sua Lega e da un governo autoritario e xenofobo che sembra voglia cancellare ogni spirito di uguaglianza e di umanità, il concetto di Mussolini, il dittatore buono del Novecento, viene riproposto con tutta la sua falsità. Aveva ragione Cesare Garboli quando nelle pagine del suo Ricordi tristi e civili, scriveva quasi vent’anni fa di un fascismo di ritorno, un fascismo che non si è mai sentito sconfitto? «Tristemente minacciosa è la rinascita o lo sdoganamento di un male forse geneticamente inseparabile dalla natura degli italiani (i quali, per atavica sindrome imperiale, si sentono fascisti non appena si sentono italiani)».

Questo di Francesco Filippi non è un saggio militante, una lezione, piuttosto, sul nostro passato che non passa. L’autore del libro è un analista e anche un archivista. Con una documentata ricerca sa spiegare quel che accadde nel ventennio a chi non sa o non vuol sapere.

Quante bufale, quante leggende, o meglio fake news, come si usa dire oggi, quante immeritate medaglie al valore sul petto del caporal maggiore dei bersaglieri Benito Mussolini. Diede la pensione agli italiani, si proclama. Peccato che i lavoratori ebbero diritto alla pensione dal 1919, con garanzie previdenziali fin dai tempi del governo Crispi, nel 1895. Debellò le paludi, si usa dire. Ma già prima della marcia su Roma furono venti i regi decreti che diedero vita ai consorzi di bonifica. Il duce seguitò nel lavoro fatto da altri nell’Italia unita. La propaganda, reboante, quella sì, fu il suo forte.

Mussolini diede la casa agli italiani, si usa anche dire. Peccato che non sia stato così: la legge sulle case popolari è del 1903: Luigi Luzzatti, deputato della destra storica, ne ebbe il merito: i fascisti furono sempre abili nell’appropriarsi delle idee di chi li aveva preceduti, gli uomini della fragile democrazia, i politici dell’odiata «aula sorda e grigia» di Montecitorio. Su Mussolini urbanista, regista del piccone, non si sa se ridere o piangere. Basta leggere il saggio di Antonio Cederna sugli sventramenti degli anni del consenso.
Donò agli italiani le autostrade? Ci si è dimenticati, scrive Filippi, dell’ingegner Piero Puricelli che nel 1921 ne ebbe l’idea. (Mussolini tagliò poi i nastri).

Il Duce e i suoi gerarchi integerrimi? Una bugia grande e grossa. Ville, castelli, tangenti, ricchezze nate dal nulla, donazioni statali ingenti, un vivere poco sobrio, altro che liberazione dal «sistema corrotto dell’Italia liberale». I diritti sui possibili giacimenti petroliferi nella pianura padana e in Sicilia dell’azienda Sinclair Oil costarono forse la vita a Giacomo Matteotti che possedeva le prove della corruzione. Come dimenticare il famoso discorso del duce alla Camera del 3 gennaio 1925, dopo l’assassinio, l’anno prima, del deputato socialista e il fallimento politico dell’opposizione aventiniana: «Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere». Fu il vero inizio della dittatura. (Bellissimi i capitoli che Antonio Scurati ha scritto sul delitto Matteotti nel suo M. Il figlio del secolo). Un recente saggio di Mauro Canali e Clemente Volpini, Mussolini e i ladri di regime, è dedicato proprio alle ruberie dei gerarchi.

L’economia, poi. Le imposte sempre più alte, l’utilizzazione delle riserve auree della Banca d’Italia, le ingenti spese fatte per la politica militare, la missione in Spagna contro il governo legittimo, la spedizione in Albania per ingrandire il regno, sono gli altri simboli del regime che, con l’occupazione feroce e costosa dell’Etiopia, non portarono certo benessere. «Italiani brava gente» è un altro slogan. Non fu così, in Libia, in Croazia, in Grecia. Ci siamo dimenticati i gas asfissianti usati in Etiopia — iprite, arsine, fosfene — e la micidiale bomba c-500-T, goccioline corrosive e mortali dall’odor di senape, che fece migliaia e migliaia di vittime innocenti? Il colonialismo italiano.

La conduzione fallimentare della Seconda guerra mondiale, 472 mila morti militari e civili, la campagna di Russia con indosso leggeri cappotti autarchici e scarpe di cartone fabbricate così a causa di altre ruberie sono altri segni di un regime fallimentare e suicida. (Fondamentali i libri di Nuto Revelli per capire quale tragedia fu la ritirata di Russia).

Mussolini condottiero? Fece una grande carriera militare al di là dei quadri di avanzamento. Inventò il grado di primo maresciallo dell’Impero che lo mise alla pari del pavido re, traditore dello Statuto del regno, che subì, con qualche flebile lamentela, anche quella diminutio.

Alla rinfusa, poi, il mito della razza italiana, le «leggi razziste prima delle leggi razziali», Farinacci che a Cremona, con il suo «Regime fascista», creò un covo di miserabile antisemitismo, popolato da ignobili personaggi amati dai nazisti. «Il razzismo antiebraico», scrive Filippi, «che venne ufficializzato con le leggi razziali non fu il primo passo, ma solo una delle molte tappe del cammino razzista del totalitarismo italico».
Uno dei temi più approfonditi nel Gran Consiglio del fascismo fu la necessità di una coscienza razziale. (I migranti sono diventati ora i nuovi ebrei?)
Il duce amava gli italiani, si dice ancora. «Per il duce», scrisse Ciano nel suo diario, «la razza italiana è una razza di pecore. Non bastano 18 anni per trasformarla. Ce ne vogliono centottanta o forse centottanta secoli».

Perché tanti decenni dopo è rimasta, in una parte della società, la peggiore, questa falsa idea del fascismo? La scuola non ha contribuito a spiegare ciò che allora accadde; una certa politica, anche oggi, accarezza quella visione del mondo; mancò una vera defascistizzazione che in Germania, anche se in ritardo, ci fu.
Siamo così costretti a sentire baggianate che violano la storia, in un momento difficile e pericoloso per una società che avrebbe gli strumenti, le energie positive, per progredire.
Ma ha bisogno di ponti di una limpida politica.

Le cose buone che Mussolini ha fatto non esistono. Ha fatto cose infami, come le leggi razziali, preso decisioni scellerate, come l’ingresso in una guerra che fu subito una disfatta, cancellato (quell’assaggio di) libertà e democrazia. Ma se si rovista in mezzo al resto non ci sono cose buone. Di sicuro non le cose buone che gli vengono attribuite, con conferimento d’onori alla memoria (scarsa) e con la insinuante forza del sentito dire, ripetuto a filastrocca, con indolenza, per passaparola, che ora può contare su un’iniezione di velocità ed efficacia, grazie alle reti sociali. Eppure non sono buone nemmeno le cose che sono pronti a riconoscere, ad ammettere, quasi tutti: nemmeno la bonifica delle paludi, nemmeno le pensioni. L’operazione di smontaggio delle storielle sui presunti meriti residui del dittatore che ha trascinato il Paese al disastro militare, politico, economico, morale e umano è la base di Mussolini ha fatto anche cose buone, scritto dallo storico Francesco Filippi (Bollati Boringhieri, 160 pagg., 12 euro). E’ come un pamphlet ma un po’ più lungo, è come un saggio ma più ruvido perché non gira intorno alle cose, consuma le edizioni una dopo l’altra, le librerie lo tengono direttamente di fianco alle casse. Un po’ perché è il periodo giusto (quello di una rivalorizzazione dei toni antifascisti dovuta alla cronaca, dal Mediterraneo a Torre Maura) e un po’ perché, appunto, è come una frustata. Uno schiaffo, a partire dal sottotitolo: “Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo”. Una scrollata utile a svegliarsi dall’assuefazione, dal lasciar dire. Un “manuale di autodifesa”, come scrive nella prefazione lo storico Carlo Greppi (sotto i 40 come Filippi), autodifesa contro il fenomeno che è davanti agli occhi di tutti, tutti i giorni: “Centinaia di migliaia di persone che esprimono il loro apprezzamento e condividono compulsivamente balle colossali, balle che il fascismo mise in circolazione nella prima metà del secolo scorso, intestandosi risultati altrui o truccando la realtà”. “Gli storici”, aggiunge Greppi, hanno “prodotto un incessante lavorio di demolizione del ‘mito’ del fascismo buono. Ma, come si dice, non c’è più sordo di chi non vuol sentire”.

La storiografia da bar, da Salvini a Tajani
La pena aumenta quando la 
storiografia da bar diventa linguaggio pubblico, politico, come dimostra il concionare di tutti i principali leader del centrodestra, da Berlusconi a Salvini, passando per il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, l’ultimo a straparlare. Come cocorite, hanno imparato una frase imparata non si sa dove e iniettata a lento rilascio nell’immaginario falsato della cittadinanza. Salvini, 2016: “Mussolini fece tante cose buone in vent’anni, prima delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler. Fu Mussolini a introdurre la pensione di reversibilità per garantire la natalità nel caso morissero lui o lei. La previdenza sociale l’ha portata Mussolini, non l’hanno portata i marziani. In 20 anni, prima della folle alleanza con Hitler e delle leggi razziali, delle cose giuste le fece sicuramente: stiamo parlando di pensioni, poi le bonifiche. C’erano intere città, come Latina, che erano paludi”. Tajani, 2019: “Io non sono fascista, non sono mai stato fascista e non condivido il suo pensiero politico però se bisogna essere onesti, ha fatto strade, ponti, edifici, impianti sportivi, ha bonificato tante parti della nostra Italia, l’istituto per la ricostruzione industriale”. E’ la zona grigia del riduzionismo, come l’ha chiamata tempo fa Ezio Mauro: non c’è bisogno di essere fascisti per rivalutare il fascismo.

Infps, l’unica riforma del fascismo fu il nome (e la f non è un refuso)
In effetti il ministro Salvini aveva ragione: la previdenza sociale in Italia non l’hanno portata i marziani. Ma nemmeno Mussolini e il fascismo. Come ricostruisce Filippi nel libro, il 
primo sistema di garanzie pensionistiche – destinato ai soli impiegati del pubblico e ai militari – è del 1895, governo Crispi. Tre anni dopo il governo Pelloux estenderà le coperture a una serie di categorie lavorative e fonderà il primo istituto antenato dell’Inps. Infine nel 1919, governo liberale di Vittorio Emanuele Orlando, il sistema viene “imposto a tutte le aziende come obbligatorio: da quel momento tutti i lavoratori italiani ebbero per diritto la pensione”.

E il fascismo? Quando prende il potere si preoccupa – abolito il ministero del Lavoro – di concentrare tutte le funzioni che hanno a che fare con il welfare sotto la Cassa Nazionale col risultato di provocare “l’appesantimento del sistema e la sua progressiva inefficienza”, sottolinea Filippi. E poi, nel 1933, una riforma imponente: cambia il nome all’istituto, che diventa Infps, con la effe che deve fare da neon da insegna. “Un tentativo propagandistico – spiega Filippi – di impossessarsi di quello che nei fatti era stato il frutto di decenni di contrattazioni e lotte sindacali, di riforme attuate dai governi liberali e di iniziative delle associazioni di categoria dei lavoratori”. Nel frattempo quel che fa davvero il fascismo per i lavoratori è, nel 1926, stabilire che potevano esistere solo sindacati fascisti e vietare lo sciopero e la serrata, mettendo sotto giogo in un colpo solo i lavoratori e gli imprenditori. L’Infps negli anni diventerà una macchina da stipendi, uno sfogatoio per le clientele e quindi un produttore di consenso.

Le bonifiche, una scomoda verità
Littoria, il simbolo del miracolo, la città fondata sulle terre strappate all’acqua, l’orgoglio della potenza fascista che nel 1933 dichiara la propria vittoria: la missione impossibile delle bonifiche, perfino nell’Agro Pontino, è compiuta. Lì dove sono caduti tutti, il fascismo è riuscito. Ma è un racconto possibile solo grazie a una “grande operazione pubblicitaria”, obietta lo storico Francesco Filippi nel libro. La realtà la dicono i numeri che danno conto piuttosto di una serie di fallimenti, a dispetto delle convinzioni falsificate. Il fascismo, rimarca Filippi, aveva promesso di restituire all’agricoltura 8 milioni di ettari di terreni riqualificati: un’enormità. Dopo dieci anni di lavori più tentati che andati a segno e fiumi di denaro pubblico finiti come accade sempre con il fascismo a amici degli amici e collettori di consenso del regime (come l’Opera nazionale combattenti), il governo annuncia il successo del recupero di 4 milioni di ettari. E’ comunque tanto, qua la mano: medaglia. Ma Filippi indaga sui particolari e scopre che i lavori “completi o a buon punto” arrivano a poco più di 2 milioni di ettari. E – bluff nel bluff – “di questi due milioni, un milione e mezzo erano bonifiche concluse dai governi precedenti al 1922”. Insomma, non dal fascismo. “In pratica – conclude Filippi – era stato portato a termine poco più del 6 per cento del lavoro”. E’ De Felice, uno dei più autorevoli storici del fascismo, a certificare – ricorda Filippi – che i risultati, nel complesso, furono inferiori “alle aspettative suscitate nel Paese dal battage propagandistico messo in atto e finirono per non corrispondere all’entità dello sforzo economico sostenuto”. A riuscirci saranno poi i governi del Dopoguerra, grazie ai fondi del Piano Marshall e della Cassa del Mezzogiorno.

https://youtu.be/QZhk9wpDDss

Il fascismo immobiliare
Le case agli italiani!, gridano oggi i fascisti nelle periferie di Roma. Ma se aspettavano Mussolini, stavano freschi. La prima legge sulle case popolari infatti è del 1903, per iniziativa di Luigi Luzzatti, deputato liberale che poi sarà presidente del Consiglio. I maggiori progetti di sviluppo urbano nelle grandi città con fame di abitazioni nascono tutti nei primi 15-20 anni del Novecento: Roma (la Garbatella per esempio), TorinoNapoliMilano. L’unico tocco “decisivo” del fascismo, nel 1935, è quello di gestire il sistema a livello provinciale. Annota ancora Filippi: “Come in altri campi della cosa pubblica, anche nell’edilizia popolare il fascismo si limitò a porre sotto il proprio controllo e ribattezzare strutture amministrative nate nell’Italia liberale”. Viceversa, a fronte di grandi progetti colossali come l’Eur, “la situazione abitativa” rimase “emergenziale anche negli anni più tardi del fascismo”. E la carenza di alloggi fu aggravata dalla decisione di Mussolini di portare l’Italia in una guerra mondiale, il che provocò com’è evidente la rinuncia alle case che invece c’erano: due milioni di vani andarono distrutti e un altro milione fu danneggiato, sintetizza Filippi.

L’oro alla patria. E agli italiani niente
Ma era meglio quando si stava peggio. E invece no. Come spiega Filippi, durante il Ventennio fascista, il 
divario della ricchezza media tra un italiano e un cittadino degli altri Paesi sviluppati si allargò. Un po’ per colpa della congiuntura internazionale (la crisi del ’29), un po’ per i problemi strutturali, ma anche perché “tutte le iniziative prese” dai governi di Mussolini “contribuirono a peggiorare la situazione”. Un effetto fu la divaricazione delle disuguaglianze: i ricconi, quasi tutti aderenti al regime, da una parte e la massa della popolazione dall’altra. Unica via d’uscita: l’emigrazione. E’ meglio ora, che si sta meglio di quando si stava peggio, e scusate l’ovvietà: oggi, ricorda ancora Filippi, il reddito medio italiano è circa il 90 per cento di un Paese europeo avanzato come la Francia. Negli anni Trenta era il 33.

Smascherare il Duce (e le sue bufale vecchie cent’anni)
Mussolini ha fatto cose buone spoglia dunque il Duce di tutti i suoi camuffamenti: previdente, bonificatore, costruttore, legalitario, economista, condottiero o perfino femminista. In alcuni casi ribadire è necessario, ma più semplice: come sulla presunta legalità di un partito che si è fatto spazio anche con le manganellate agli avversari e poi ha fondato il potere su clientele e corruzioni (con tanto di morto ammazzato – Giacomo Matteotti – in possesso di documenti su una tangente che toccava il fratello di Mussolini, Arnaldo). O come per la propaganda per la formazione di un popolo soldato al servizio di un regime che però in vent’anni le ha perse tutte e quando le ha vinte lo ha fatto con la sete di sangue di generali come Rodolfo Graziani, il macellaio di Fezzan.

In altri casi, invece, il risultato del fact-checking di Filippi è sorprendente: per esempio l’incredibile incapacità burocratica, operativa e finanziaria per la ricostruzione delle zone terremotate tra Basilicata e Vulture dopo il sisma del 1930 (ricostruzione alla fine mai avvenuta) o come le leggi razziste approvate per le colonie del Corno d’Africa e della Libia (a proposito di responsabilità post-coloniali dei Paesi europei) che disponevano anche deportazioni di massa di berberi e arabi. “A rileggere queste disposizioni sorge il dubbio su chi, tra fascisti e nazisti, abbia copiato l’altro” scrive Filippi.

La memoria avvelenata di chi è scontento del presente
Lo smascheramento dei falsi – così tante volte ripetuti da diventare imponenti, come le valanghe che si autoalimentano – non è solo un’operazione che rimette in linea con la realtà delle cose, ma produce l’effetto di scoprirne di nuove, di inaspettate: una rigenerazione. “Mentre le fake news sul presente servono a indirizzare l’opinione del pubblico a cui sono rivolte – scrive lo storico Filippi – le false notizie sulla storia hanno lo scopo più profondo di rassicurare chi le accetta nei propri sentimenti, nelle proprie emozioni. Una balla sul passato è rassicurante, conferma sensazioni di cui altrimenti ci si vergognerebbe”. Di più: “Pensare a un ipotetico passato positivo lascia una speranza nell’animo di chi è scontento del proprio presente. In un momento di velocità e valori fluidi, avere un posto sicuro e tranquillo in cui rifugiarsi è rinfrancante, anche se questo posto è la memoria, anche se questa memoria è falsa”. 

Mussolini ha fatto cose buone diventa un modo per depurare la memoria avvelenata di un popolo che ha il male della mancata resa dei conti con la Storia, per giunta che una parte d’Italia non cura né apprezza, qui compreso il ministro dell’Interno che confonde la nascita della democrazia con la riduzione a una partita tra destra e sinistra. Anzi, fu proprio De Felice, viene ricordato nel libro, a spiegare a destra e sinistra il motivo della sua ricerca sul fascismo, durata tutta la vita: “I fatti sono assai più eloquenti e persuasivi delle filippiche di certo antifascismo da comizio e di tante schematizzazioni che fanno acqua da tu

Ma chi la storia non la conosce bene – e magari ha un’agenda politica precisa in mente – ha buon gioco a riprendere quelle antiche storielle e spacciarle per verità. È il meccanismo delle fake news, di cui tanto si parla in relazione a Internet; ma è anche il metodo propagandistico che fu tanto caro proprio ai fascisti di allora: «Dite il falso, ditelo molte volte e diventerà una verità comune».
Per reagire a questo nuovo attacco non resta che la forza dello studio. Non resta che rispondere punto su punto, per mostrare la realtà storica che si cela dietro alle «sparate» della Rete. Perché una cosa è certa: Mussolini fu un pessimo amministratore, un modestissimo stratega, tutt’altro che un uomo di specchiata onestà, un economista inetto e uno spietato dittatore. Il risultato del suo regime ventennale fu un generale impoverimento della popolazione italiana, un aumento vertiginoso delle ingiustizie, la provincializzazione del paese e infine, come si sa, una guerra disastrosa

Non è la prima volta che il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani richiama inopportunamente aspetti del passato. Forse gli è sfuggito che è stata l’Italia a invadere la Jugoslavia macchiandosi di crimini di guerra a Lubiana e nei Balcani.

Intervistato nel programma radiofonico La Zanzara : “Mussolini? Fino a quando non ha dichiarato guerra al mondo intero seguendo Hitler, fino a quando non s’è fatto promotore delle leggi razziali, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto delle cose positive per realizzare infrastrutture nel nostro Paese, poi le bonifiche. Non si può dire che non abbia realizzato nulla”.

Il “fino a quando” e gli “a parte” non sono occasionali episodi di una stagione felice, ma inevitabili conseguenze della natura del regime fascista.

Intanto il fascismo, per conquistare il potere, scatena in Italia la guerra civile. La violenza squadrista – che lascia sul terreno migliaia di persone tra morti e feriti – diventa pratica politica, con l’appoggio di larga parte dello Stato liberale, monarca incluso. Già prima del 28 ottobre 1922 i fascisti detengono il controllo delle piazze. Gli oppositori, se manifestano, trovano gli squadristi armati pronti a fermarli. A molti deputati antifascisti viene dato il bando, ovvero non possono più tornare alle loro case e parlare nei loro collegi. I giornali contrari al fascismo – sia nazionali che locali – subiscono attacchi alle loro sedi. L’Avanti! viene più volte devastato. Altrettanto numerose sono le aggressioni ai giornalisti; le corrispondenze sulle violenze di piazza dettate al telefono avvengono spesso sotto la diretta minaccia degli squadristi presenti.

Giunto al potere, il fascismo chiude i giornali di opposizioneIl Corriere della Sera e La Stampa, che coraggiosamente nel 1924 accusano il governo fascista di complicità nell’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, sono costretti a sostituire i loro storici direttori, Luigi Albertini e Alfredo Frassati, con figure gradite al regime.

 

Fra le “opere” del fascismo che nessun democratico dovrebbe mai dimenticare, c’è l’istituzione nel 1926 del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un organo che giudica gli oppositori antifascisti trasformando un’idea in reato. Il Tribunale speciale diventa uno strumento di repressione nel quale i 5.619 imputati che vi incappano non dispongono di alcuna garanzia.

Ci sono poi le oltre 12mila persone sradicate dalle loro case e inviate in anguste sistemazioni al confino (qualcuno ha parlato di vacanza ma 177 reclusi, per lo più giovani, vi trovano la morte). Né vanno dimenticati i 160mila ammoniti, spesso sottoposti a vigilanza speciale. Un immenso apparato spionistico infligge la sua costante intimidazione. Lo zelo dei delatori si paga a poche lire. Un’ingiuria contro Mussolini costò al signor Giuseppe Piva nove mesi di detenzione.

Una parte delle figure di spicco dell’antifascismo sono state eliminate o sono morte in conseguenza delle violenze subite. È un destino che, oltre a Matteotti, investe il liberal democratico Giovanni Amendola, il giovane Piero Gobetti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli – fondatori del Movimento di Giustizia e Libertà, fatti uccidere in Francia – mentre il comunista Antonio Gramsci viene lasciato morire in carcere. Non sono i soli a conoscere una fine cruenta: il parroco di Argenta don Giovanni Minzoni muore con il cranio sfondato da una bastonata, il fratello di Ignazio Silone e Gastone Sozzi periscono sotto il peso delle torture.

Prima delle leggi razziali del 1938, il fascismo dispone pratiche da apartheid nelle colonie di Eritrea ed Etiopia, quest’ultima conquistata sterminando soldati e civili con il ricorso ai gas chimici banditi dalla comunità internazionale.

Antonio Tajani ha chiesto scusa, un passo indietro per rilegittimarsi, ma tralasciando la natura del fascismo ha offeso la memoria di chi ha avuto la vita distrutta dal fascismo. Com’è triste la politica che distorce le pagine peggiori della nostra storia per un pugno di voti.

COMMENTO

Stanco di sentire dovunque parlare a sproposito di Mussolini

avevo iniziato a scrivere qualcosa sull’ argomento poi ho trovato questo articolo ed ho pensato di proporlo integramente in quanto riassume molto bene il problema.

Consiglio anche il libro citato:” Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo. Pubblicato da Bollati Boringhieri molto bello, documentato e semplice da seguire anche per i non addetti ai lavori.

di Gianni ZANIRATO

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