L’ANTROPOLOGIA E I BAMBINI SOLDATO… DIECI ANNI DOPO.

Il ruolo dell’antropologo è spesso molto scomodo. Tipicamente l’antropologia si occupa di spiegare o descrivere tutto ciò che un essere umano apprende involontariamente in quanto membro di una comunità, mettendo l’accento sulle somiglianze e sulle differenze tra le varie culture in modo da arrivare, per via comparativa, ad un quadro descrittivo generale dell’essere umano (ànthropos in greco antico). Non si tratta mai (o non si tratta più, perché gli antropologi lo hanno fatto in passato) di dare giudizi di valore sulle comunità di volta in volta analizzate. L’ottica adottata è, caratteristicamente, quella relativista: dare giudizi di valore, infatti, presupporrebbe un paragone con una società-modello ritenuta “normale” e quindi cadere in quell’atteggiamento chiamato etnocentrismo che altro non è se non una forma, più o meno velata, di razzismo. Occorre, invece, studiare un problema e contestualizzarlo caso per caso, ricercandone le radici nei tratti culturali e nella storia della società che lo ha prodotto. Questo però non vuol dire che un antropologo non sia anch’egli un essere umano vissuto in una certa comunità, con un proprio sistema di valori etici elaborato più o meno faticosamente nell’arco di una vita, valori che egli ritiene fondamentali, intoccabili. Eppure anche questo etnocentrismo “di default”, frutto delle proprie convinzioni etiche e figlio della società di provenienza, deve essere controllato nel momento in cui, anziché alla partecipazione emotiva, si mira all’individuazione di strategie adatte a risolvere un problema.

Ecco perché per un antropologo parlare in un quadro relativistico di storie toccanti come quelle raccontate da alcuni ex-bambini soldato africani risulta particolarmente scomodo. E questo non solo a livello personale (perché dare un giudizio di valore potrebbe apparire quasi un atto scontato quando si tratta di violazioni così enormi dei diritti umani più elementari), ma anche di fronte alla società rispetto a cui si trova ad essere il principale interlocutore, ovvero, nel caso specifico, quella occidentale.

L’infanzia, infatti, secondo l’idea elaborata all’interno della nostra società, è una tappa ben definita nella vita di ciascun essere umano, un periodo che il bambino, dominato dalla propria innocenza e vulnerabilità, deve vivere con gioia e spensieratezza. Trattati come la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, in accordo con associazioni umanitarie e gruppi per la tutela dei diritti umani, hanno addirittura circoscritto l’infanzia ad un periodo cronologico assoluto (dalla nascita ai diciotto anni d’età), contribuendo ad un nuova definizione giuridica internazionale della nozione. Ma quest’idea, secondo gli antropologi che negli ultimi anni si sono occupati del fenomeno, rappresenterebbe talora un ostacolo alla comprensione del problema dei bambini soldato e quindi alla sua risoluzione. Essa infatti implica che il bambino soldato sia una vittima totalmente passiva delle atrocità a cui viene sottoposto dal mondo adulto; un’interpretazione, questa, che non tiene conto del dato etnografico: semplicemente, la concezione d’infanzia che può valere per la cultura occidentale non si riscontra in altre culture.

Da qui il richiamo a considerare il bambino un “attore sociale”. Dire, infatti, che la concezione dell’infanzia è più o meno diversa da cultura a cultura significa considerarla all’interno di un ambito più vasto come quello della nozione di “persona sociale” e della sua relatività a livello interculturale. Diverse società, infatti, attribuiscono una diversa “agenza” al bambino a seconda della sua età, cioè lo considerano più o meno capace d’interpretare un particolare ruolo sociale effettuando scelte consapevoli. Nella nostra società, ad esempio, si tende ad attribuire quest’agenza anche ai neonati, visto che è normale salutarli e rivolgere loro la parola, un comportamento che potrebbe sembrare molto strano per un membro di una comunità samoana in cui neppure gli adolescenti o i post-adolescenti scapoli vengono salutati, tantomeno interpellati, benché presenti in situazioni in cui i saluti vengono scambiati in modo routinario. Eppure, nonostante questa apparente attribuzione precocissima di agenza, la società occidentale tende in seguito a deresponsabilizzare i bambini molto più di quanto non accada in altre società extra-occidentali. Secondo l’antropologa mozambicana Alcinda Honwana, la comunità internazionale che ha tentato di prevenire il reclutamento di bambini soldato, in particolare nelle nazioni africane, le più colpite dal problema, avrebbe fallito non solo perché nelle guerre civili la distinzione tra chi combatte o meno è molto sfumata, ma soprattutto perché in questi conflitti è difficile identificare oggettivamente chi è “bambino”: in molte realtà del continente africano – Honwana cita gli esempi di Angola e Mozambico – bambini e bambine spesso assumono ruoli sociali di adulti non solo in tempo di guerra ma anche in tempo di pace.

Insomma, il problema dei bambini soldato, che pur si presenta in varie zone del mondo, non può essere ridotto ad una sola rappresentazione standardizzata e risolto secondo uno schema universale, ma secondo strategie che si adattino al contesto culturale caso per caso, cioè comunità per comunità, cultura per cultura. La competenza sociale di questi soggetti e l’agenza da essi esercitata (e ad essi attribuita) porta addirittura l’antropologo David Rosen a ridimensionare una delle idee cardine di quello che egli chiama il “discorso umanitario”, ovvero il reclutamento forzato e la facile manovrabilità dei bambini. Se infatti è indubbio che molti di essi soffrano le peggiori forme di violenza, compresi lavoro forzato, schiavismo sessuale, fino all’omicidio, “la grande maggioranza”, sostiene Rosen, “non sono arruolati con la forza, né a forza costretti a unirsi a unità e gruppi armati”. Anche ammettendo che i dati disponibili, sia per qualità che per quantità, non permettano generalizzazioni di questo tipo, è indubbio che un punto in comune alla maggior parte degli scenari in cui il fenomeno si esprime, almeno per quanto riguarda il continente africano, esista. Quando la realtà quotidiana è schiacciata dalla povertà materiale più profonda e dall’assenza totale di prospettive per il futuro, per molti di quei bambini arruolarsi rappresenta un’occasione, di prestigio, di riscatto, o semplicemente di cambiamento. Insomma anche una scelta consapevole, frutto di quelle competenze sociali che il bambino vissuto in queste realtà possiede più dei suoi coetanei occidentali. Sarebbe proprio questa maggiore agenza una delle chiavi su cui puntare per affrontare efficacemente il problema.

Naturalmente la soluzione ottimale (purtroppo anche la meno facile da realizzare, figlia com’è di un approccio “globale” e non locale) sarebbe quella di ridurre l’uso di bambini soldato ponendo fine almeno a quei conflitti in cui il mondo occidentale gioca un ruolo decisivo sia in modo diretto (si pensi solo alla responsabilità delle industrie belliche occidentali nell’approvvigionamento di armi ai gruppi coinvolti) che in modo indiretto, come risulterebbe da un cambio di stile di vita perché l’accesso alla ricchezza e alle risorse risulti paritario tra Nord e Sud del mondo o, almeno, dall’obbligo di dichiarare la tracciabilità di quelle stesse risorse per chi ne condiziona il flusso commerciale (ad esempio, il controllo sulle miniere di coltan, wolframite, cassiterite, tra le cause del protrarsi di un conflitto così enorme – anche in termini dell’alto numero dei bambini soldato coinvolti – come la guerra civile nella Repubblica Democratica Congolese, è alimentato da multinazionali dell’industria hi-tech per cui quei minerali rappresentano componenti insostituibili – e l’hi-tech è una delle voci più presenti nella borsa-spesa del consumatore occidentale).

Ma tornando su soluzioni locali, al momento le più concrete, non c’è dubbio che proprio sfruttare l’agenza maggiore di questi soggetti sostituendo, ad esempio, l’opportunità di prestigio offerta dalla guerra con quella offerta dalla prospettiva di un lavoro qualificato, attraverso finanziamenti per l’istituzione di programmi formativi di avviamento professionale e scolarizzazione, costituisca la strategia migliore che gli attori internazionali possono adottare sia per la prevenzione del reclutamento che per la reintegrazione nella comunità dei bambini strappati ai conflitti.

Colpiscono, a questo proposito, le parole che chiudevano la Storia di Joseph, una fra tante testimonianze di ex-bambini soldato raccolta da una volontaria di una ONG Italiana in un libro di storie narrate in prima persona dai protagonisti che le hanno vissute nella Repubblica Democratica del Congo: “Il mio grande desiderio è di diventare direttore di una scuola, perché mi piace dirigere”. Da bambino Joseph aveva messo le sue competenze non solo sociali ma anche culturali al servizio della guerra, poi, a 12 anni, aveva avuto l’opportunità di reinvestirle nella propria realtà sociale, grazie all’idea, ed al progetto, di fare delle scuole non solo dei centri di educazione formale, ma basi per interventi locali, centri per mobilizzare membri e risorse della comunità. In questo modo egli avrebbe potuto contribuire a creare (o ad alimentare) un circolo virtuoso di opportunità economiche, politiche, sociali, necessarie quantomeno a rendere effettivo il processo di reintegrazione per altri ex-bambini soldato.

Adesso, esattamente dieci anni dopo, cosa ne sarà stato dei sogni di Joseph e di tanti altri “ex-bambini” come lui? Il libro delle storie di bambini ex-soldato non è stato pubblicato. Di Joseph si sono perse le notizie. La ONG italiana che lo aveva adottato, recuperato e infine istruito, ha dovuto considerare Joseph pronto per farcela da solo – anche per una tendenza alla perdita di popolarità delle charities (e relativa mancanza di finanziamenti) che si verifica da 10 anni a questa parte nell’Occidente ricco. Così, dopo aver respirato il vento delle (ìmpari) opportunità ed essersi scontrato con la dura realtà dell’integrazione, del cambiamento climatico (che colpisce più duramente i paesi del Sud del mondo) e dell’instabilità politica e sociale che continua a dominare il suo paese, è facile pensare che Joseph, ammesso che non sia tornato a guadagnarsi da vivere con la guerra, abbia scelto di cercare fortuna altrove. Magari, dopo un viaggio che è eufemistico chiamare un’odissea, potrebbe essere approdato proprio nel paese che gli aveva offerto così tanto, a cominciare, per la terza volta, un’altra vita… E qui, magari, arrivato in un centro di accoglienza, Joseph avrà pensato di poter, se non coronare il proprio sogno, trovare il modo di smettere di sopravvivere, ma di vivere e basta, occupando quegli spazi lasciati a ex-bambini, ex-giovani, ex-uomini come lui. Purtroppo il progetto, o meglio il modello, di accoglienza diffusa di cui aveva fruito, con tutto il lavoro fatto, tutte le risorse spese per Joseph e per tanti come lui, è stato non solo reso vano dal taglio ai bandi e ai fondi destinati alle strutture di accoglienza voluto dal decreto sicurezza dell’ex-Governo M5S-Lega, ma continua ad essere tale anche adesso, con il nuovo governo, nonostante chiare promesse di discontinuità e di modifica dei decreti precedenti.

E, sempre perché “prima gli italiani”, il mancato inserimento di Joseph, la sua potenziale deriva nell’irregolarità, nell’emarginazione che facilmente si sfilaccia tra le maglie persuasive della criminalità organizzata, hanno finito per colpire non solo chi (non) è accolto, ma anche – e sono tanti – gli italiani che, in nome dell’accoglienza, hanno investito il loro futuro, come Joseph, in qualcosa che non sia solo tutelare i diritti di chi quei diritti li ha già.

di Andrea Guasparri

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