IO NON DIMENTICO

«È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.»
Primo Levi

I lager nazisti non sono stati un incidente della Storia, qualcosa che ci è capitato davanti all’improvviso, ma il punto di arrivo di un progetto studiato nei dettagli, consapevolmente cercato e raggiunto. Tra l’apertura del primo campo di concentramento (Dachau) e la liberazione dell’ultimo (Mauthausen) infatti, passano dodici lunghissimi anni.

Il momento simbolico di inizio del processo di annientamento di milioni di individui è rappresentato dall’ascesa al potere dei nazisti in Germania, i quali a partire dal 1933 iniziano progressivamente a negare agli ebrei il diritto alla pensione, rimuoverli dagli impieghi statali, dalla pratica dell’avvocatura e della medicina fino ad arrivare alle Leggi di Norimberga del 1935 che stabiliscono che l’unica razza pura è quella ariana. Vengono così vietati i matrimoni misti e viene stabilito che è ebreo chi discende da tre avi ebrei e chi è nato da genitori entrambi di razza ebraica. Nel 1938 gli ebrei vengono estromessi da tutti i ruoli economici e civili della società, si arriverà poi alla famosa stella di David nel 1941 fino alla deportazione e all’eliminazione fisica. I nemici del nazismo non furono naturalmente solo gli ebrei, ma molti di più: dissidenti politici, testimoni di Geova, omosessuali, zingari, rom, sinti…

Il sistema concentrazionario nasce in una prima fase come uno strumento di rieducazione e riabilitazione rivolto in particolar modo agli oppositori politici (antinazisti, comunisti, ma anche sacerdoti e uomini religiosi, chiunque diffondesse una cultura del rispetto e della solidarietà), che venivano usati come manodopera schiava. Non è strano infatti che i primi campi nascessero proprio accanto a cave, miniere, o a fabbriche coinvolte nella produzione di materiale bellico. Solo successivamente vengono costruiti i campi di sterminio, in cui la morte non è solo una conseguenza del lavoro forzato, del freddo, della fame, quanto piuttosto lo scopo stesso dell’esistenza del campo. Milioni di persone, prevalentemente ebrei, vengono mandati nei campi di sterminio e condannati a morte appena scesi dal treno. Nei campi di sterminio le camere a gas con monossido di carbonio e cianuro di idrogeno sostituiscono le fucilate: molto più rapide, economiche, meno logoranti e con meno conseguenze sul piano psichico per gli assassini.

Il progetto di annientamento di persone ha però origine anni prima, a partire dall’operazione T4 del 1939: numerosi disabili e malati gravi vengono sottratti alle loro famiglie con la menzogna di ricevere cure più appropriate e assassinati con iniezione di morfina o scopolamina, sperimentando infine il monossido di carbonio. Questa “operazione eutanasia” produce circa 70 000 vittime.

Quando i nazisti ideano i campi di sterminio gli strumenti sono quindi già stati messi a punto. I diretti responsabili della gestione delle camere a gas e dello smaltimento dei cadaveri sono i membri del Sonderkommando: un gruppo di prigionieri regolarmente uccisi e sostituiti sia perché diretti testimoni dello sterminio, sia per le gravi conseguenze psichiche che derivano da questa mansione.

Il sistema della deportazione prevedeva un assetto organizzativo che coinvolgeva due strutture principali: il Dipartimento Centrale di Sicurezza del Reich, responsabile di stilare i lunghi elenchi che avrebbero portato agli arresti, e il Ministero dei Trasporti, responsabile dell’organizzazione dei convogli. Si stima che nel 1942 questo sistema coinvolgesse mezzo milione di funzionari e 900 000 semplici impiegati. Sebbene non fossero probabilmente completamente consapevoli dell’intero processo, queste persone presero parte in questo modo al meccanismo della deportazione.

L’assurda razionalità della progettazione dello sterminio accaduto nella civilissima Europa mette in luce quanto sia incredibilmente semplice costruire un nemico cui destinare l’odio collettivo e far sì che milioni di persone prendano parte, anche solo con la loro indifferenza, al massacro. Questo è il motivo per cui non bisogna dimenticare: per ricordarci la semplicità di odiare e fare in modo che non ci sia più terreno fertile per chi vuole proporci un nemico.

La costruzione del nemico, infatti, si basa su semplici e costanti tappe. Innanzitutto occorre segnare un confine (territoriale, culturale, fisico), attraverso caratteristiche escludenti ed evidenti, come possono essere la religione o le pratiche culturali, per dividere un noi da un loro. Successivamente si crea uno stereotipo, o se ne sfrutta uno già esistente: questo serve per creare e fomentare un immaginario collettivo escludente. Il gruppo target viene accusato di essere una minaccia all’ordine e alla sicurezza pubblici, così può essere considerato un nemico pericoloso. A questo punto il nemico deve essere disumanizzato, attraverso un linguaggio riconducibile alle bestie, alle malattie o alla sporcizia. Questo è necessario affinché quel gruppo non venga più riconosciuto come nostro simile, meritevole degli stessi diritti, ma come qualcosa di diverso, di inferiore, che deve suscitare ribrezzo e indifferenza nel resto della popolazione dando agli altri il privilegio del controllo.

Il rapporto Eurispes 2019 ci dice che 1 italiano su 7 crede che la Shoah non sia mai esistita. Nel 2014 era il 2,7% della popolazione a pensarlo, oggi il 15,6%. Questo dato ci dice che il pericolo è alle porte e che i nostri sforzi per RICORDARE devono amplificarsi. Dobbiamo impegnarci in prima persona. Noi che abbiamo la fortuna di leggere Primo Levi, di ascoltare Liliana Segre… ma chi si farà portavoce di tutto questo quando ormai sarà passato tanto tempo e non avremo più dei testimoni degli orrori in vita?

C’è un testo che ripercorre le tappe della costruzione del nemico e ci deve far riflettere:

«Sfruttando gli stereotipi e le immagini già esistenti che denigravano gli ebrei, la propaganda nazista dipingerà gli ebrei come «un corpo estraneo» alla nazione, un corpo che vive come un parassita alle spese della collettività e che trama, di nascosto, per sovvertire l’ordine e impadronirsi del potere, oltre ad essere un pericolo in senso biologico per il rischio di imbastardimento della «razza ariana».

Poiché gli ebrei non sono distinguibili dai non ebrei – malgrado quello che tenta di dimostrare l’antisemitismo – occorre deformarne l’immagine, renderla caricaturale, bestiale, per farle perdere ogni parvenza di umanità, suscitando nella popolazione tedesca un senso di ribrezzo, ma anche di indifferenza («in fondo non stiamo facendo del male a persone come noi»).

E nel momento in cui si accredita l’idea che l’ebreo sia a metafora della malattia sociale e politica, diventa facile far passare l’idea che allontanare, discriminare e uccidere gli ebrei non solo non costituisca un fatto poi così grave, ma che sia addirittura legittimo e necessario. «O loro o noi», sostengono gli antisemiti nazisti, individuando nella morte degli ebrei la soluzione ad ogni problema.»

Laura Fontana e Paolo Pagliarani, La costruzione del consenso

Non facciamo in modo che nel 2020, in Europa, in Italia, ci sia qualcuno visto come “corpo estraneo alla nazione”, qualcuno visto come “un parassita alle spese della collettività”, magari perché si vocifera che prenda un pocket money giornaliero. Non facciamo in modo che qualcuno faccia proclami sul rischio di sostituzione del popolo italiano, e che molti gli credano. Non facciamo in modo che a qualcuno venga in mente di deformare l’immagine di un uomo di colore, dipingendolo come scimpanzé che mangia banane, facendogli perdere qualsiasi parvenza di umanità, sentendosi così autorizzato ad augurargli di morire in mezzo al mare.

Non facciamo che nessuno possa mai dire “O loro o noi”. Sappiamo che non è così. Sappiamo che il mondo è troppo complesso per essere ridotto ad uno slogan e che ogni estremismo non è altro che una semplificazione della realtà. Non vi è nulla di più semplice che odiare, nulla di più complesso che costruire comunità, quotidianamente, insieme.

Di Noemi Favale

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