IL CORONAVIRUS E IL RAZZISTA CHE È IN NOI

Non parlerò di Salvini, del razzismo (questa volta) contro i gialli, del nazionalismo (chiudere le frontiere), dell’antieuropeismo (basta con Schengen). Lui è fatto così: individua le paure della gente, le alimenta e poi fa la sua offerta politica che è quella di tutti gli antidemocratici fin dal Medio Evo: protezione contro servitù. Non a caso la sua parola d’ordine contro il governo è: “Se non sono capaci di proteggere gli italiani, si facciano da parte.” Sottinteso: io sono più bravo a proteggervi.

A me sembra invece che il nostro governo e in generale i governi (escluso il Giappone, con lo sciagurato caso della Diamond Princess, l’Iran e pochi altri) stiano facendo la cosa più sensata: affidarsi a chi ha competenza, gli scienziati.

Il Coronavirus di cui si parla oggi appartiene a una famiglia molto vasta di virus che danno le cosiddette “sindromi parainfluenzali”. Queste danno disturbi simili a quelli influenzali presentandosi spesso al di fuori dei normali picchi e in genere in modo meno grave della influenza stagionale perché il loro corredo antigenico è relativamente più stabile di quello dei ceppi prevalenti nelle ondate influenzali, che, anche se poco, mutano ogni anno così che, per difendersi, è utile il vaccino.

Diversa è la situazione del virus covid 19 il cui patrimonio genetico, a differenza dei virus parainfluenzali e del 90% dei virus influenzali stagionali, è totalmente sconosciuto al nostro sistema anticorpale.

Questo spiega il discreto numero di morti e la rapidità del contagio, favorita dalla velocità e facilità degli spostamenti nel mondo che oggi, come è stato definito, è un villaggio globale.

Da questa constatazione derivano alcune conclusioni. In attesa che gli individui maturino una difesa anticorpale adeguata, anche con l’intervento di un vaccino, gli Stati devono muoversi secondo due precise direttive: confinare i focolai di contagio e limitare al minimo gli spostamenti avendo cura che questo non metta a rischio l’economia collettiva e delle persone singole.

Gli Stati, per fare questo, hanno bisogno della collaborazione di tutti, delle persone come degli altri Stati. La via del “prima gli italiani” e “chiudiamo le frontiere” può ritorcersi contro chi invoca questi provvedimenti: l’abbiamo visto con l’Austria che ha bloccato alla frontiera un treno italiano e alle Mauritius dove a un aereo italiano è stata imposta l’alternativa della quarantena o della rinuncia all’atterraggio.

Come per la salvaguardia dell’ambiente, bisogna andare oltre il proprio interesse quotidiano e pensare a tutta la società, a tutto il mondo.

Per il coronavirus non si tratta di proteggere se stessi ma di sconfiggere la malattia. Basta leggere con attenzione i consigli suggeriti dalle Autorità sul coronavirus (che vi consiglio di osservare scrupolosamente): la maggior parte riguarda la protezione degli altri, della comunità.

La parola d’ordine è responsabilità.

A questo proposito, mentre guardiamo con giusta apprensione alle decine di morti in Europa e alle migliaia in Cina, non posso non ricordare gli oltre 400.000 morti per malaria, i 200.000 morti per morbillo, i 200.000 morti per tifo, colera e malattie infettive intestinali che avvengono ogni anno nel mondo. Si tratta di malattie infettive che potrebbero essere combattute facilmente con una adeguata lotta alla zanzara anofele, con una adeguata campagna di vaccinazione, con la messa a disposizione di acqua potabile. Queste morti, noi occidentali le ignoriamo.

Razzismo non è solo l’odio che incarna Salvini verso il diverso: è anche ignorare la sofferenza degli altri fino a quando questa non rischia di farci del male.

Immaginiamo che cosa può succedere se il Coronavirus sbarca nei Paesi poveri o poverissimi, come l’Africa, dove non esiste uno Stato tutto sommato efficiente e un buon sistema sanitario come il nostro: sarebbe la nascita di focolai incontenibili. A quel punto la sofferenza di quei popoli sarebbe, ma già oggi dovrebbe essere, la nostra.

Nessuno si salva da solo.

di Angelino RIGGIO

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