CORONAVIRUS: SIAMO ALL’INIZIO DI UN PERCORSO LUNGO E DIFFICILE

I microrganismi delle malattie epidemiche in passato non avevano vita facile. La popolazione era scarsa sul Pianeta e, perfino nelle zone a maggiore densità come l’Europa, non superava poche decine di milioni di abitanti. Le città erano poche e piccole (Roma, ai tempi di Michelangelo non raggiungeva i 60.000 abitanti). Il contagio colpiva comunità di modeste dimensioni e, per diffondersi viaggiava lentamente, potendo contare perlopiù sui grandi commerci, sulle fiere, sui pellegrinaggi e sulle guerre (che, per sua fortuna – del microrganismo – non mancavano mai).  

Oggi le condizioni per la diffusione del virus sono ottimali: il mondo è totalmente interconnesso in un villaggio globale, nel giro di un giorno è possibile raggiungere qualsiasi parte del globo, le città hanno dimensioni enormi: le due più grandi città del mondo hanno più abitanti dell’Italia ed è stato calcolato che nel 2050 più della metà degli uomini vivrà in città con oltre un milione di abitanti.

Questo spiega quanto sia stupida l’idea di chiudere le frontiere o tornare a prima del 1958 quando non esisteva il Ministero della Salute e la Sanità era incorporata nel Ministero dell’Interno.

Se, a causa dell’aumento esponenziale della popolazione e della interconnessione mondiale, c’è qualche svantaggio rispetto al passato ci sono invece in Europa enormi vantaggi per affrontare il virus che oggi ci sfida. Se nel 1300 “la morte nera” causò circa 20 milioni di morti in Europa, oggi siamo in condizioni di affrontare il contagio con armi eccezionali.

C’è innanzitutto una scienza che conosce, fino alle basi molecolari, l’agente patogeno e non crede che si tratti di maledizioni divine o influenze astrali (l’influenza si chiama così per quel motivo).

C’è un’organizzazione sociale e una consapevolezza diffusa che rifiuta l’orrore della caccia all’untore che spesso si trasformava in razzismo con i pogrom verso gli ebrei (qualche cretino c’è ancora, ma la maggioranza è lontana da questo modo di pensare).

C’è una condizione umana di gran lunga maggiore: un’igiene diffusa e consapevole, una alimentazione migliore (e quindi migliori condizioni per produrre difese anticorpali), la disponibilità di acqua corrente, la distinzione di acque nere e acque bianche, un forte controllo sugli alimenti e la loro conservazione e, soprattutto in Italia, un Sistema Sanitario diffuso e capillare.

C’è ancora una cultura diffusa tra la gente che è disposta a mettere in atto i dieci consigli del Ministero della Salute e ad accogliere l’appello all’unità e alla responsabilità lanciato dal Presidente Mattarella.

Con tutto ciò, non andiamo incontro a una passeggiata.

Ricordiamoci: siamo solo all’inizio di un lungo e difficile percorso che la società deve affrontare con la stessa forza e la stessa pazienza che i singoli devono avere di fronte a un’influenza: è una malattia virale, deve avere il suo decorso, non bisogna farsi prendere dal panico né ricorrere a rimedi impropri, controllare e curare le complicanze, limitare i contagi.

Ho già detto che l’esperienza cinese non è assimilabile. È però possibile che l’Europa, adesso che la realtà ha dimostrato quanto fossero sciocchi i pregiudizi anti-italiani, si muova in modo coordinato per combattere il virus uniti e non in ordine sparso, per adeguare i sistemi sanitari in uomini e mezzi, per attutire gli inevitabili danni sulla economia, per salvaguardare i diritti al lavoro e allo studio, capisaldi della democrazia e del futuro.

di Angelino Riggio

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