ENGELS

Gianni Zanirato con i suoi articoli ci dà sempre formidabili stimoli. Il suo invito a parlare del libro che ha cambiato la nostra vita è un modo per ragionare su uno dei capisaldi del rinnovamento della politica: la cultura. (gli altri, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono ideali, impegno e generosità).

Ho già risposto a questa sollecitazione raccontando che il libro che mi ha cambiato la vita è stato “Il giro del mondo in 80 giorni” di Giulio Verne perché è stato il primo (l’ho letto a puntate sul “Corriere dei Piccoli” che ero in terza elementare) e mi ha fatto amare la lettura. Forse a Verne devo anche il mio amore per la scienza e la fanta-scienza. Crescendo, anche grazie all’uscita degli Oscar Mondadori, ho letto di tutto. Avevo perfino fatto un mio olimpo con i più grandi: Kafka, Camus, Omero, Brecht, Dante, Lucrezio… Ogni volta mi sembrava di fare un torto a qualcuno che non avevo inserito: Leopardi, Pavese, Sartre, Steinbeck, Dostoevskij, Moravia, Joyce, Sciascia: impossibile lasciare fuori anche un solo autore perché ogni libro ti lascia qualcosa.

Mentre prima leggevo soprattutto narrativa, nel ’68 nove libri su dieci erano di saggistica. Tra questi, il libro che mi ha cambiato la vita è stato “La situazione della classe operaia in Inghilterra” di Federico Engels. Fu pubblicato tre anni prima che, insieme a Carlo Marx, scrivesse il “Manifesto del Partito Comunista”. È un libro più acerbo degli scritti successivi come “L’Anti-Dühring”, ma ha già il metodo scientifico e la passione che ho trovato in tutti i suoi scritti che hanno una qualità eccezionale: dicono cose complesse in modo semplice. Sono anche delle opere di buon valore letterario fino a toccare livelli poetici come quando nella “Dialettica della Natura” parla della evoluzione dell’intelligenza dalla mano.

Engels scrisse “La situazione della classe operaia in Inghilterra” quando aveva solo 24 anni. Figlio di un industriale tessile, fu mandato dal padre in Inghilterra per studiare le nuove tecniche di produzione. Engels usò la sua cultura per indagare la condizione di vita dei lavoratori e delle loro famiglie per dimostrare che i beneficiari dell’industrializzazione erano stati solo i padroni e che la vita degli operai era miserabile. È un esempio di indagine sociologica a tutto campo: dal potere d’acquisto dei salari, all’alimentazione, al problema della casa (non ci sarà mai un tugurio così miserabile che non ci sia un operaio disposto ad abitarlo), al cibo e alle truffe alimentari che per la povertà dovevano subire, alla mortalità infantile, alla salute.

E qui vengo all’altra sollecitazione che ha lanciato Gianni Zanirato con il suo articolo “Il coronavirus è democratico?” con importanti richiami alla peste descritta da Manzoni.

Il virus c’è in natura e non né democratico né antidemocratico. Semplicemente esiste. Come il computer, come un libro, come una pistola, come un albero…

È la società antidemocratica che causa le differenze. Come dimostra in modo scientifico Engels a proposito delle malattie in generale e di quelle infettive in particolare: colpivano molto di più le famiglie degli operai che quelle dei padroni e perfino quelle delle zone meno industrializzate: nelle grandi città industriali come Manchester e Liverpool, la mortalità causata da malattie (come il vaiolo, il morbillo, la scarlattina e la pertosse) era allora quattro volte superiore a quella nella campagna circostante.   

di Angelino Riggio

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