IL LIBRO PIU’ IMPORTANTE DELLA MIA VITA

Qual è il libro più importante della tua vita?

Questa domanda, apparentemente così semplice, è in grado di disorientare  molti lettori. Pensato un titolo ne ricorderanno subito un altro e poi un terzo, e altri ancora.

Decine di personaggi, uomini e donne, grandi e piccoli, si affolleranno alla memoria sgomitando per ottenere l’ambito attestato; paesaggi, situazioni, eventi torneranno alla mente uno dopo l’altro, incalzando il precedente e subito scalzati dal successivo.

Personaggi, eventi e situazioni che non avremmo mai conosciuto se un primo libro non ci avesse fatto amare la lettura.

Letto quello la nostra vita non è più stata la stessa. I successivi avranno segnato la nostra esistenza ma solo perché quel primo ci aveva indicato una strada.

In questo senso il libro più importante della mia vita è stato…

Già qual è il primo libro che ho letto? Per quanto vada indietro nei miei ricordi non riesco ad immaginarmi senza qualcosa da leggere in mano.

E da cosa ho cominciato?

Forse da quei due libri che, ancora molto piccola, neanche tre anni, portavo in giro per casa, come un trofeo?

Erano “Cuore” e “Pinocchio”. Me li avevano regalati i miei genitori. Facevano parte della stessa collana ed avevano entrambi la copertina turchese.

Sarà un caso che ancora adesso il turchese è uno dei miei colori preferiti?

Furono i primi volumi ad arrivare nella mia biblioteca. Molti altri ne seguirono, quando ero ancora piccola: la raccolta di fiabe ricevuta in dono per il mio quinto compleanno, i romanzi che avevano allietato le giornate di mamma, papà e zii bambini.

Tutti in qualche modo hanno segnato la mia vita.

Non farò nomi perché troppi me ne vengono alla mente.

Parlerò invece del mio romanzo preferito tra quelli letti in età adulta: “Se mai torni” di Virginia Galante Garrone.

Lo incontrai per caso, mentre curiosavo tra i libri che la zia, prossima al trasloco, stava imballando,

Mi colpì la copertina, una vecchia foto in bianco e nero su sfondo grigio.

È la storia di una famiglia, quella dell’autrice, nel Piemonte a cavallo tra ‘800 e ‘900; delle bisnonne Margherita, la contadina e Angiolina, la Bellissima; dei nonni, Maria e Luïsin; della mamma, la Tola, che donava il tempo agli altri “con naturalezza, senza sapere che era il suo solo tesoro”.

Lo lessi in un fiato, la prima volta. Lo rilessi subito, con più calma, assaporandone ogni parola e soffermandomi sullo stile asciutto e poetico allo stesso tempo. Ancora continuo a rileggerlo.

In questo momento, mentre scrivo, è qui sulla scrivania, accanto a me.

A rendere impareggiabile questo romanzo non è tanto o non è solo la storia raccontata, quanto il registro usato per raccontarla.

Una pennellata qua, una sfumatura là, l’autrice dà vita a veri propri quadri riuscendo a narrare con grazia anche le vicende più drammatiche della famiglia a e creare un legame tra il lettore e i protagonisti, uomini e donne che “vivono vicende reali”, come recita la seconda di copertina.

nonna Margherita non legge, e la sua non è una delle solite fiabe: non ci sono fate né orchi, non castelli né principi né gatti con gli stivali.

C’è un mugnaio dal farsetto bianco, c’è un mulino con la pala che batte, c’è lo scatenarsi di una bufera, e poi un’aia piena di mosche e di sole, e c’è un cortile con una gallina chiamata Madama.

Non è una fiaba, la sua; è una storia di mezzo secolo fa, che la Tola conosce da tempo e a cuore stretto riascolta, pensando forse di scriverla un giorno: ma chi la leggerà”?  

Quella storia, scritta non dalla Tola ma dalla sua primogenita, Virginia, è giunta fino a noi.

Io l’ho letta e ne sono rimasta affascinata.

                                                                                     Raffaella Lo Grasso

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