IL LIBRO PIU’ IMPORTANTE DELLA MIA VITA di Luciana ADAMO

Tanti sono i libri che possono segnare emotivamente le nostre vite. Impossibile ricordarli tutti.

Ma se devo scegliere tra questi quello che ha fatto la differenza  e che occuperà per sempre uno spazio importante nel mio animo è : Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa.

Me lo ha regalato mio figlio a Natale del 2012. Non conoscevo l’autrice palestinese, né tanto meno opere letterarie della narrativa palestinese.

Un romanzo struggente che come genere si accosta molto al Cacciatore di Aquiloni di Hosseini,  incantevole storia ambientata in Afghanistan.

Ogni mattina a Jenin, invece, ci racconta attraverso la voce di Amal, la protagonista, la storia della Palestina e le vicende di una famiglia che nell’arco di 60 anni, dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni, tenta di difendere la propria terra, segnando la nascita  di uno stato e la fine di un altro.

Il libro racconta l’esilio, la guerra, la perdita degli affetti, la vita nei campi profughi dal 1948 ai nostri giorni.

Ciò che percepisco da queste pagine abilmente scritte, è che nel contesto dell’interminabile conflitto tra israeliani e palestinesi, dove prevale l’annientamento, la mente finisce per convincersi che la sofferenza e i soprusi facciano parte della realtà e su di essi si concentra ogni pensiero e desiderio. Perversamente ogni meta può diventare la morte.

Questo romanzo ci può forse aiutare a capire perché e come nasce il terrorismo, trovo emblematica la frase: “la sopportazione diventò una caratteristica della comunità di profughi.

Ma il prezzo fu la perdita della loro vulnerabilità. Impararono così ad esaltare il martirio. Solo il martirio offriva la libertà.”

Attraverso questo magnifico e drammatico libro la scrittrice vuole fare un atto di denuncia verso le autorità palestinesi che non hanno saputo ascoltare il loro popolo, lo hanno lasciato in balia dei conflitti interni, si sono preoccupate solamente di definire i limiti e i confini inseguendo una pace senza giustizia, trascurando la vita reale, delle strade, delle carceri, dunque la vita di tutti i giorni sotto occupazione.

Susan Abulhawa con queste pagine vuole trasmettere il grande valore dell’appartenenza ad un popolo e ci fa capire che non è una struttura politica a definirne l’identità, né la nazionalità.

L’appartenenza ad una terra significa possedere certe tradizioni, cibi, costumi, musica e soprattutto ricordi.

Nella narrazione la protagonista ci fa conoscere la tragedia di una guerra che, paradossalmente, obbliga due fratelli a combattere l’uno contro l’altro.

Molte pagine sono toccanti e nel contempo crude, ma mai pesanti e inducono a riflessioni e interrogativi.

Consiglio dunque questo coinvolgente libro e buona lettura a chiunque vorrà leggerlo.

di Luciana ADAMO

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