MEDICINA DI TERRITORIO

Nell’attuale pandemia l’Italia, rispetto agli altri Paesi europei, ha una percentuale di mortalità eccessiva. In questo entrano numerosi fattori (più alta età media, diverso sistema di rilevamento delle morti con coronavirus o per coronavirus, paradossalmente miglior sistema sanitario nazionale, ecc.): probabilmente ne parlerò in uno dei prossimi articoli.

Resta il fatto che, anche tenendo conto di tutti questi fattori, la differenza con gli altri Paesi europei (esclusa la Spagna) resta comunque alta.

Se però noi depuriamo il dato nazionale dal dato della Lombardia, scopriamo che ci allineiamo alla media europea. Come dice la nota virologa Ilaria Capua, prima o poi bisognerà esaminare la singolarità della Lombardia e dei territori immediatamente adiacenti delle tre regioni confinanti: Emilia Romagna, Veneto, Piemonte. È un caso unico al mondo, più che nell’Hubei.

Come spesso avviene per i fenomeni complessi, si scoprirà che le cause di questa anomalia sono molteplici.

Rilevando però l’andamento dell’epidemia in questi due mesi in Lombardia e in Veneto, una delle cause mi sento di individuarla.

Nella prima regione, un formidabile sistema ospedaliero è stato capace di reggere l’onda d’urto di un numero enorme di pazienti che necessitavano di terapia intensiva: nessuna regione italiana (e forse al mondo) sarebbe riuscita a sopportare un simile carico organizzativo, tecnologico, professionale, strutturale, strumentale e soprattutto umano e psicologico.

Anche nel Veneto c’è un sistema ospedaliero di qualità, ma c’è soprattutto una solida rete di medicina territoriale che ha intercettato i pazienti prima che avessero necessità di ricorrere all’ospedale e ai reparti di terapia intensiva che così non hanno rischiato il collasso, e la curva dei decessi è scesa rapidamente.

Questo dimostra la superiorità dell’organizzazione della sanità basata sui servizi territoriali.

Quando ero consigliere regionale, presentai una proposta di legge dal titolo: “Disciplina dei distretti”. Allora ero all’opposizione e la maggioranza berlusconiana era troppo intenta alla medicina delle quattro T: tasse, tagli, ticket e tangenti (qualcuno ricorda Odasso?). Così la mia proposta di legge, dopo che ero riuscito a fatica a incardinarla, non andò avanti: peccato.

Non per me, anche perché io mi sono limitato a organizzare in strumento legislativo e operativo una idea che tutta una corrente di pensiero sostiene. Parlo della cosiddetta “Medicina sociale” come si chiamava un libro di Giorgio Bert che per me è stato come una bibbia. “Medicina sociale” era uno dei titoli di una stupenda collana di saggi fondata e diretta da Giulio A. Maccacaro basata sulla idea che la medicina – come la scienza – sia un modo del potere e che, nell’ottica di un interesse popolare, necessiti di una rivoluzione.

Il rovesciamento che serve alla sanità è togliere all’ospedale la centralità nella tutela della salute e trasferirla al territorio. Per questo considero sciocca la battaglia per avere l’ospedale nella propria Città. Non serve un piccolo ospedale sotto casa (magari strutture fatiscenti o di altri secoli come l’Ospedale di Moncalieri, Chieri o Carmagnola): serve un ospedale con un numero di posti-letto adeguato (400 secondo l’OMS), con tutte le specialità e con un alto contenuto tecnologico. Intorno all’ospedale occorre una rete distrettuale (connessa con l’ospedale) ramificata nel territorio con capacità di intercettare le esigenze specialistiche (mediche e diagnostiche) di primo livello compresi il day-service e la day surgery. Intorno al distretto, i medici di base dovrebbero essere organizzati in medicina di gruppo (a sua volta collegata coi distretti) per una assistenza integrata e non per la mera condivisione delle spese dei medici, come purtroppo avviene spesso.

Questa organizzazione non solo consente di ridurre l’accesso all’ospedale abbattendo le spese per la sanità, ma soprattutto permette di intercettare le patologie al loro nascere rendendo più facile la loro cura e diminuendo le sofferenze e il rischio di morte dei pazienti.

Il passo in avanti è poi quello di impedire, ragionando sui fattori di rischio e i problemi ambientali, l’insorgere delle malattie: prevenire è meglio che curare.

Un’utopia? Forse.

Ho sempre vissuto di utopie. Gli ideali indicano la direzione verso cui marciare: non sono dei sogni.

Oggi, se il numero dei contagi sta diminuendo è perché facciamo prevenzione: cos’altro è il programma #iorestoacasa?

Allo stesso modo, quando l’emergenza sarà finita ma il virus resterà comunque, l’unico modo per spegnere i focolai che dovessero emergere e costruire una rete efficiente di sorveglianza sarà potenziare la medicina territoriale.

di Angelino RIGGIO

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