PERCHE’ SONO CONTRARIO A RIAPRIRE IN TEMPI BREVI

Premetto che sono consapevole di quanto sia difficile prendere una decisione in questo momento. Ho già detto che è abbastanza facile scegliere tra una cosa buona e una cattiva. Il difficile viene quando si tratta di scegliere tra una cosa cattiva (anzi devastante) come la pandemia in atto e una cosa altrettanto cattiva come la recessione cui il mondo va incontro: si tratta di una incredibile epidemia di aziende che chiuderanno (molte hanno già chiuso) e di oltre 190 milioni di disoccupati per la maggior parte in Europa.

Sono due diritti essenziali che si confrontano: quello alla salute e quello al lavoro.

Sicuramente in termini assoluti il primo è prevalente, ma se il rischio per la salute fosse basso e quello per il lavoro fosse molto alto, si potrebbe considerare prevalente quest’ultimo.

Ma è veramente così?

Certo siamo in presenza di una discesa del numero dei contagiati, dei decessi e dei ricoveri in terapia intensiva. Bene.

Ma di quali numeri stiamo parlando? Di mille o duemila contagiati, di centinaia di morti. Confrontati con i quasi 20.000 morti e gli oltre 100.000 contagiati sembrano pochi. Invece sono numeri spaventosi a cui assurdamente ci siamo abituati. I pochi test a campione e i modelli matematici ci dicono che per ogni contagiato evidenziato ci sono dieci contagiati silenti (indifferenti, asintomatici e pauci-sintomatici): si può immaginare una cifra oltre il milione. Siamo sicuri di avere sconfitto il virus?

Grazie al confinamento a domicilio di tutta la popolazione italiana è probabile che in molti dei contagiati il virus abbia completato il suo ciclo vitale e che questi, insieme al relativamente modesto numero dei guariti, abbiano oggi un discreto patrimonio anticorpale. È un notevole successo, insieme all’avere scansato oltre 30.000 morti, raggiunto grazie alla segregazione sociale: quando il virus è sbarcato nella Penisola la quantità di anticorpi contro il covid 19 era zero.

Ma, quanti sono i portatori di anticorpi e in quale quantità ne sono dotati? È una domanda importante perché se il numero fosse alto questo, insieme a una diminuita virulenza del covid 19, potrebbe indurci a una situazione di “convivenza” con il virus. Diversi laboratori stanno apprestando dei kit per la ricerca delle immunoglobuline. È una via formidabile perché si tratta di un test rapido e poco costoso che potrebbe essere esteso a tutta la popolazione. Non è curativo, non è diagnostico di malattia in atto (per quello serve il tampone), ma ci può dare un’idea della circolazione del virus. Naturalmente bisognerà tenere conto dei falsi positivi (per scarsa raffinatezza diagnostica) e dei falsi negativi (perché il nostro corpo impiega dieci giorni per costruire gli anticorpi dopo il contatto col virus). Siamo in grado di effettuare questa indagine in tutta Italia e valutarla?

In secondo luogo, occorre realizzare nei territori una rete rapida di sorveglianza sociale per intercettare ogni nuovo malato, non solo per curarlo adeguatamente, ma anche per tracciare tutti i contatti da lui avuti negli ultimi quindici giorni ed effettuare tutti i tamponi necessari. Disponiamo di una rete così efficiente su tutto il territorio nazionale?

In terzo luogo, a coloro che dovessero spostarsi occorre dare garanzie di protezione sul distanziamento sociale, sulla tutela igienica, sulla dotazione di mascherine. In molti posti di lavoro non è materialmente possibile rispettare la distanza. Alcuni luoghi poi (es. la macchinetta del caffè, i servizi igienici, ecc.) saranno sanificati con la dovuta frequenza e accuratezza? Saranno garantite le mascherine? Chi controllerà tutto questo? Già oggi ci sono migliaia di fabbriche che, solo grazie a una autocertificazione, hanno riaperto i battenti proprio intorno alla zona di Alzano, quella che avrebbe dovuto essere zona rossa per l’enorme numero di morti: nessuno però controlla o è in grado di controllare.

In quarto luogo la moltiplicazione degli utenti di mezzi pubblici (bus, treni, metropolitane) per recarsi al lavoro significa sacrificare uno dei primi provvedimenti di protezione: la distanza sociale. Inoltre l’aumento di persone in movimento per dovere lavorativo potrebbe indurre a una idea del “liberi tutti”, che molti non vedono l’ora di vivere (e tanti idioti purtroppo l’hanno già fatto).

Da ultimo, la curva in discesa non è omogenea sul territorio nazionale. Per esempio in Piemonte con più malati e mortalità doppia. Bisognerà tenere conto anche di criteri geografici.

Se non si è in grado di controllare i cinque punti che ho indicato sopra, penso che sarebbe molto sbagliato riaprire. Abbiamo già visto la debacle dell’INPS sui 600 euro e i soldi per le imprese tramite le banche, che camminano a passo di lumaca. Un provvedimento di apertura non ben meditato porterebbe uno scompiglio sociale molto più grande e pericolosissimo.

Ricordiamoci che l’epidemia è un processo esponenziale e l’eventuale riaccensione di un focolaio ci farebbe precipitare di nuovo nell’incubo che abbiamo visto in questi mesi.

L’OMS, alla luce della discesa troppo lenta della curva dei contagi, ci suggerisce prudenza: è giusto ascoltarla.

di Angelino Riggio

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  1. sono d’accordo su tutto quello che hai scritto, non è il momento di abbassare la guardia, verrà il periodo in cui dovremo avere una sorta di convivenza con questa pandemia ma non è certo adesso, oltretutto non siamo cosi a conoscenza di questo virus e ogni giorno dobbiamo cercare di imparare come è meglio contrastarlo. Per l’industria direi che è il momento di fare qualche sacrificio e guadagnare un po meno per il bene di tutti

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