IL LIBRO PIU’ IMPORTANTE DELLA MIA VITA di GIUSEPPE POGGIONI

Quando l’amico Gianni Zanirato mi ha informato del giornale on-line piazzadivittorio.it e mi ha offerto la possibilità di scrivere qualcosa, ho risposto con titubanza, un po’ per pigrizia e un po’ per scarso esercizio nella qualità di narratore.

   Qualche giorno dopo, tuttavia, mi son dedicato a volgere lo sguardo sul giornale in questione e la testata, “Piazza Di Vittorio”, mi ha rapito: in altre parole “piazza”, come il luogo simbolo delle battaglie democratiche e “Di Vittorio”, come il più grande sindacalista italiano e presidente della federazione sindacale mondiale; questa è la ragione per cui son qua.

  Guardando tra le pagine on-line del giornale e ripensando all’invito specifico di Gianni, che mi chiedeva di scrivere un racconto su un libro che ha segnato la mia vita su una rubrica aperta ai lettori del giornale, appositamente dedicata, mi sono messo a pensare a quale libro potevo scegliere (tra i pochi che ho letto), e mi è balzato alla mente un episodio legato ad un libro che mi era stato regalato quando avevo all’incirca 5 anni.

    Abitavo in una collina in aperta campagna nel comune di Umbertide, in Umbria, non andavo ancora a scuola e non avevo frequentato la scuola materna, la mia famiglia non se lo poteva permettere, perché oltre alla retta da pagare, si trovava in paese, e noi avevamo come mezzo di trasporto solo una bicicletta, che però era utilizzata dal mio babbo per andare a lavorare (faceva il sarto a 15 km di distanza); solo qualche anno più tardi si sarebbe comprato una motocicletta, il Guzzino, una motorino da 75 c.c. della Guzzi.

Quella scuola materna, comunque, non avrei potuto frequentarla: era gestita dalle suore e la mia famiglia era incappata per motivi politici nel decreto di scomunica del Papa, eravamo nel 1956 e da entrambe le parti c’era una certa diffidenza.

    Abitavo nella stessa casa dove abito ancora oggi, ma a quei tempi era più piccola, non c’era luce (l’energia elettrica avrebbe raggiunto le campagne del comune di Umbertide 16 anni dopo), non c’era acqua, non c’era il bagno e non c’era nemmeno una vera strada. L’unica scuola era una pluriclasse distante 2 km. Gli abitanti della zona erano quasi tutti contadini con gli stessi problemi, i più anziani erano spesso analfabeti o con un livello di istruzione molto basso, solo pochissimi avevano la licenza di quinta elementare, il mio babbo era uno di questi.  

   Era ritenuto, con mio grande orgoglio, uno dei pochi “intellettuali” al quale la gente si poteva rivolgere per una corretta informazione ed è così che prima lo elessero segretario locale del P.C.I., poi per ben tre legislature, per 15 anni, consigliere comunale di Umbertide.

   Il libro che mi venne regalato per il Natale del 1956 aveva come titolo “Morello” o forse “La storia di Morello”. Era il mio primo libro, ma come ho scritto avevo cinque anni, non andavo ancora a scuola e non sapevo leggere, eppure il ricordo di questo regalo è ancora vivo per l’importanza che gli avevo dato e per la dolcezza legata all’immagine della mia mamma che mi leggeva questa storia facendomi vedere, oltre le immagini, anche i caratteri della scrittura.

    Il libro raccontava di un puledro di nome Morello, probabilmente perché appartenente a quel gene che caratterizza il mantello completamente nero, come scoprii anni dopo da un allevatore di cavalli che mi parlò di una razza equina denominata appunto Morello.

   Questo Morello aveva perso la mamma e non avendo più la sua guida era triste e vagava solitario senza meta; un giorno mentre girovagava, vide un vagone del treno con dei cavalli, Morello si immaginò che tra quei cavalli potesse esserci anche sua madre e cominciò a corrergli dietro fino alla stazione dove, bagnato fradicio di sudore, cadde a terra esausto.

   In quel periodo un bambino della mia stessa età, vicino di casa e amico, aveva perso la madre e questo racconto mi evocava uno scenario simile, per questo chiedevo alla mia mamma di rileggermi ogni tanto la storia.

Un giorno presi il libro tra le mani cominciai a sfogliarlo da solo ed improvvisamente (sarà stato perché la storia la conoscevo, sarà perché quei caratteri della scrittura li seguivo quando me lo leggeva la mamma) incominciai a leggere correttamente e da allora iniziai a leggere anche altre scritture.

Nell’autunno del 1957 iniziai la prima elementare e uno dei primi giorni di scuola, portai il libro con me per farlo vedere alla mia maestra, vantandomi che sapevo leggere e sperando di prendermi una dose di elogi e complimenti.

Purtroppo, non fu così e non solo non mi fece complimenti o elogi, ma disprezzò questo metodo di insegnamento alla lettura che avevo appreso.

Quando le cose iniziano male, difficilmente possono finire bene.

Quel giorno rientrando a casa dopo la mattina passata a scuola (era probabilmente il mese di ottobre, in quel periodo la scuola iniziava il primo di ottobre) accadde una cosa che ancora oggi ricordo con dolore.

Non c’erano bus scolastici allora e i 2 km che dividevano la scuola dalla mia casa si dovevano per forza fare a piedi; per guadagnare qualche centinaia di metri c’era un fiume da guadare e per l’uopo erano messi dei sassi squadrati molto grandi distanziati tra l’uno e l’altro, quanto basta ad un passo d’uomo; il guado era abbastanza agevole e senza pericoli in estate, mentre in inverno, ma anche in autunno, era pericoloso e proibitivo, ma non per bambini temerari ed abituati come eravamo noi.

Tornavo a casa insieme ad altri compagni di scuola, e come tutti i giorni, anche quel giorno, infausto per me, decidemmo di attraversare il fiume lo stesso, nonostante i sassi del guado fossero ricoperti d’acqua, com’è normale per una stagione che inizia a piovere.

Un’azione fatta molte volte, la prima però con il mio libro per me così prezioso.

E così con la borsa di cartone sulle spalle e il mio “Morello” su una mano, nel mezzo del guado sono scivolato in acqua e solo con l’aiuto dei miei compagni sono riuscito a raggiungere la riva.

Ero mollo fradicio, la borsa di cartone anch’essa bagnata lercia e sulla mano non avevo più il libro.

 di Giuseppe POGGIONI

2 comments Add yours
  1. Un toccante racconto mi sembra di vederti e vedermi anchio sicuramente con i pantaloncini corti e lo sguardo da furbetto geloso del tuo libro orgoglioso di saper leggere con la vita che era tutta una scoperta e l’inevitabile caduta il libro ormai andato che però è rimasto nel tuo cuore grazie amico mio per questa storia che ha risvegliato in me ricordi sopiti

  2. Storia vera che “soprattutto ora” ci fa riflettere, bello ricordare quello che abbiamo vissuto e che non siamo, purtroppo, riusciti a trasmettere ai nostri figli. Scrivi Giuseppe, scrivi sempre, perché queste storie possano farci recuperare il vero senso della vita.

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