IL VIRUS NEI LUOGHI CONFINATI

Lentamente, sta emergendo una verità terribile. Se nelle terapie intensive, almeno nei primi tempi del contagio, i morti erano soprattutto in età avanzata, oggi appare che c’è un’altra popolazione anziana vittima del coronavirus: i residenti nelle RSA (Residenze socio-sanitarie assistenziali).

La questione delle RSA rientra nella questione più generale dei “luoghi confinati”.

In psicanalisi si chiama “rimozione”: per permettere al cervello di funzionare in modo adeguato rispetto alle sollecitazioni ambientali, la nostra psiche “rimuove” emozioni, eventi, circostanze non tollerabili, le sistema in luoghi difficilmente accessibili all’io cosciente.

Analogamente, la società “rimuove” in luoghi confinati le persone difficilmente gestibili.

Nel suo fondamentale saggio “Storia della follia nell’età classica” Michel Foucault ricostruisce il percorso che dai numerosissimi lebbrosari (un patrimonio edilizio di tutto rispetto) portò prima al ricovero per gli ammalati di sifilide, ai senza fissa dimora, ai malati cronici, ai folli.

Con buona pace di Basaglia, che spiegò la labilità del confine tra il sano e il malato psichiatrico e la infamia dei manicomi, sono risorti piccoli luoghi per matti ipocritamente chiamati Casa di Cura, Comunità o altro, in cui sono rinchiusi alla rinfusa schizofrenici, bipolari, psicotici quasi sempre in diverso stadio della malattia.

Lo stesso succede per i disabili psichici, per alcune disabilità fisiche, per i dementi, per gli anziani lungodegenti.

Un discorso a parte, ma simile, va fatto per i carcerati che, con buona pace di Cesare Beccaria, vengono rinchiusi senza che, tranne in pochi casi lodevoli, sia avviato un percorso di riabilitazione sociale.

Con un sovraffollamento barbaro e con oltre un terzo dei detenuti in attesa di giudizio.

Di questi posti, poco si parla perché sono “confinati” non solo in luoghi deputati ma anche nell’immaginario collettivo, tranne quando c’è una rivolta o centinaia di morti come per il virus.

Tutti questi posti, quasi sempre gestiti da privati a fini di lucro, hanno in comune: luoghi appositi di confinamento, spazi inadeguati, personale spesso inadeguato dal punto di vista numerico e professionale, scarsa vigilanza da parte degli enti preposti (nel caso delle RSA, le Regioni, come stiamo vedendo per il “Pio Albergo Trivulzio”).

Il confinamento, in queste condizioni, è solo apparentemente una difesa rispetto alla diffusione sociale del virus perché questo, superata la soglia del luogo confinato, dilaga in modo inarrestabile.

Si parla molto di come, finita l’epidemia, possa nascere una società migliore.

Forse; ma dipenderà da noi.

Per i luoghi confinati bisognerà ripensare la cultura sociale che c’è dietro.

Bisognerà impostare la Sanità, come ho già detto in altro luogo, su base territoriale integrandola con i servizi socio-assistenziali per non lasciare soli i malati e i loro familiari.

Nel caso specifico degli anziani non sarebbe male recuperare l’idea di Livia Turco di costruire un Fondo Nazionale per la non autosufficienza.

Forse si potrebbero utilizzare così i 36 miliardi non condizionali del MES destinati alla sanità.

di Angelino RIGGIO

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