INSISTO: BISOGNA STUDIARE COSA E’ SUCCESSO AL 55% DEI LAVORATORI CHE NON SI SONO FERMATI

La dote che ha permesso all’uomo di diventare la specie dominante del Pianeta, più che la capacità di adattarlo alle proprie necessità, è stata la capacità di adattarsi ad esso. Questa dote gli ha consentito di sopravvivere alle fasi più terribili della storia umana come nelle condizioni geografiche più estreme: dalle altitudini del Nepal al freddo dell’Antartico, alle piogge tropicali come agli uragani, ai deserti come alle piccolissime isole della Polinesia.

La pandemia da covid-19 è una condizione naturale (cioè presente nell’ambiente) con cui dovremo imparare a convivere fino a quando non ci sarà l’immunità di gregge o il vaccino: in entrambi i casi si tratta per lo meno di 12-20 mesi. È impensabile che il mondo si fermi finché non sarà passata la nuttata.

Oggi stiamo assistendo a un assurdo schieramento tra i sostenitori della salute e quelli dell’economia. Spesso queste divisioni avvengono ai fini di raccogliere consenso. Ho già citato il caso vergognoso di Trump che adesso, come un novello Masaniello (ma non era il Presidente?) guida le rivolte per la riapertura delle fabbriche.

È una divisione sciocca oltre che immorale. Se c’è un freddo estremo, devo sapere come coprirmi, con che cosa coprirmi e quanto coprirmi per potermi muovere, cacciare, procurarmi da vivere, ecc.

Se voglio adeguarmi alla vita nella condizione estrema della pandemia devo attrezzarmi non solo per sopravvivere ma anche per vivere finché dura.

Farlo, ci aiuterà anche a fronteggiare meglio nuove situazioni simili, come è successo alla Corea del Sud che aveva già superato due epidemie virali e ha affrontato con efficienza il covid-19.

Il nodo quindi è come attrezzarci per avere il minimo di danno e il massimo di vantaggio con il massimo di efficienza e di efficacia.

Come farlo?

Gli studi teorici ci suggeriscono molte cose. La vicenda della Corea del Sud però ci insegna che si impara molto di più dallo studio della esperienza. (Gli Stati che hanno ragionato sulla epidemia in Italia, hanno tratto grandi vantaggi mentre quelli che non lo hanno fatto – per esempio i gemelli Trump e Johnson – hanno causato enormi lutti ai loro popoli).

Quando si prepara un nuovo farmaco, quando si introduce una nuova tecnica chirurgica, quando si istituiscono nuovi protocolli sanitari, l’autorevolezza dello studio che li sottende è data in larga parte dalla dimensione della platea, dal numero dei casi, dei soggetti arruolati. Questi studi, preliminari all’utilizzo di massa, permettono di definire vantaggi e svantaggi. Valga per tutti l’esempio del vaccino Sabin contro la poliomielite che sostituì il pur lodevolissimo vaccino Salk perché proteggeva una percentuale maggiore di bambini, costava di meno, era di più facile somministrazione (per bocca invece che per iniezione), ecc.

Per preparare la cosiddetta fase 2 noi abbiamo un case-study (come si dice quando si fa ricerca) eccezionalmente vasto. Si tratta dei lavoratori che, anche nella fase più dura della pandemia, non si sono mai fermati: il personale sanitario, gli addetti all’ordine pubblico e alla protezione civile, i lavoratori del settore alimentare e della distribuzione, delle pulizie e dei trasporti, delle industrie strategiche e dei servizi, ecc.

Si tratta di un 55% della forza lavorativa (in Lombardia del 67%) al netto dello smart working.

Cosa è successo a queste persone? Quanti sono morti? Quanti contagiati? Come si recavano al lavoro? Sul luogo di lavoro erano protetti? Come e con che efficacia? Chi controllava le norme di protezione? Con quale efficacia? Dove vivevano? Con che tempestività sono stati individuati i casi di contagio? È sempre stato fatto un efficace tracciamento dei loro contatti? È stato possibile effettuare la quarantena? Come è stato risolto il problema dei familiari non contagiati?

A queste e alle altre domande si deve rispondere e si può farlo ragionando sulla esperienza delle persone e sulle banche-dati. E si può imparare molto.

Gianni Zanirato su questo giornale ha fatto una domanda retorica: il coronavirus è democratico?

Malgrado qualche nome celebre citato, la risposta è: no.

Il virus c’è. È una parte della natura. Una parte ostile della natura. Colpisce chi è più debole e più esposto. Lo abbiamo visto con gli anziani con pluripatologie e con i 130 medici e 30 infermieri morti. In America colpisce di più negri, ispanici, poveri. Sappiamo che in Italia per gli immigrati, specie se irregolari, il confinamento familiare è quasi impossibile. Sappiamo che gli operai milanesi vivono in case piccole e sono costretti a muoversi ogni giorno (non certo per portare a spasso il cane): è un dovere proteggerli. Per la loro salute come per il rilancio dell’economia. Si può farlo: abbiamo le competenze scientifiche e tecnologiche per farlo. Abbiamo soprattutto la possibilità di fare il bilancio su una vastissima esperienza di massa: il 55% dei lavoratori italiani.

di Angelino RIGGIO

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