FASE DUE

C’è una donna di una certa età in terapia intensiva. Adesso sta meglio, si è svegliata e comincia a respirare senza assistenza, ma se l’è vista molto brutta. Nel suo reparto, ben distante da lei, ci sono le sue sorelle; la maggior parte si sono ammalate dopo di lei, qualcuna di più, qualcuna di meno ma nessuna è veramente fuori pericolo: chi aveva dichiarato con spocchia che non si sarebbe ammalata ha avuto alla fine problemi ben più gravi. Ora però la nostra paziente comincia a stare meglio. Vorrebbe tornare a casa. Malgrado l’età, o forse proprio per quella, è una bella donna con curve eccezionali e un profilo invidiabile. Non c’è una persona al mondo che non desideri vedere le sue meraviglie, e le sue bellezze nascoste. E poi vuole riabbracciare i suoi nipotini: quanto ama la sua famiglia! Cucina molto bene: da lei puoi assaggiare piatti buonissimi e vini, e formaggi, e salumi unici. E poi sa anche dipingere e scolpire; ha scritto opere di letteratura e di scienza immortali; ha un gusto ineguagliabile nel vestire, nell’arredare le case e perfino nel costruirle: nel tempo ha contribuito a farne stupende: ne ha così tante che, talvolta, non riesce a badare con la dovuta attenzione a tutte. È anche molto religiosa, ma non è la classica donna casa e chiesa. Le piace fare sport e le piace guardarlo, soprattutto il calcio: impazzisce per la Nazionale. Le piace passeggiare, incontrare gli altri, ballare, fare volontariato, impegnarsi in politica: pensate che ha fatto perfino la Resistenza…

Usciamo dalla metafora.

L’Italia è stata in questi mesi in terapia intensiva: una cura drammatica di isolamento e di immobilità fatta di interventi straordinari.

Oggi comincia a stare meglio. Bisogna ragionare sul futuro. Se voi foste un medico, di fronte a una paziente in questa fase della malattia (che c’è, c’è ancora) la dimettereste immediatamente? Certo, i suoi desideri e i suoi bisogni sono legittimi, ma la scienza in questi casi suggerisce prudenza e vigilanza.

Prudenza vuol dire un ritorno graduale e protetto alla normalità (in un reparto di sub-intensiva o in uno ordinario).

Vigilanza vuol dire un monitoraggio attento del progresso della guarigione.

Le Regioni che scalpitano per maggiori aperture si impegnino a fare quello che, per legge, gli compete: organizzino i servizi territoriali per individuare, isolare e spegnere con rapidità i nuovi focolai di contagio.

La fase due è, per certi versi, più complessa della fase uno. Mentre in questa era indiscutibile la priorità della tutela della salute, oggi c’è la compresenza di due preminenze: la tutela della salute e la necessità (e il desidero legittimo) di tornare alla normalità. È inevitabile quindi che ci sia una certa contraddittorietà nelle indicazioni e, spesso, sia impossibile stabilire termini e criteri ultimativi come chiede insistentemente la stampa. La medicina è un’arte e non una scienza esatta innanzitutto perché le situazioni e le persone non sono tutte uguali (per fortuna).

Personalmente comprendo la difficoltà di contemperare le innumerevoli necessità ed esigenze contrapposte e mi permetto di sottolineare che il numero di morti e di contagi (per quanto in discesa) sono ancora il doppio di quelli che c’erano all’inizio del lockdown. Ogni medico sa che una ricaduta è più pericolosa della malattia iniziale.

Se qualche medico ignorante, pretende impossibili accelerazioni, si tratta di un ciarlatano, un infiltrato nella equipe dei sanitari; smascheriamolo: è un ignorante e non gliene importa niente della paziente che ci è tanto cara: l’unica cosa che vuole è diventare primario al posto di chi c’è.

di Angelino RIGGIO

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  1. Mi piace moltissimo il delicato, intenso, emozionante paragone. E condivido quanto affermi. Bravo Angelo ” come sempre Ornella Zanirato

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