IL LIBRO PIU’ IMPORTANTE DELLA MIA VITA di ANTONINA FURNARI

 Non esiste un libro più importante della mia vita perché tante letture mi hanno fatto riflettere, gioire, emozionare e alcune mi hanno formata, quindi molti libri sono stati importanti.

Sicuramente “La vita davanti a sé” di Roman Gary, proposto in un piccolo gruppo di lettura fra amiche, ha mosso i miei sentimenti.

   Il nome dell’autore sarà conosciuto solo dopo la sua morte, perché il libro fu pubblicato con lo pseudonimo di Emile Ajar.

   Il protagonista Momò, la voce narrante del romanzo, è un ragazzino arabo affidato ad una donna ebrea ex prostituta, madame Rosa, sopravvissuta ai campi di concentramento tedeschi.

L’ambiente è quello delle “Banlieues” parigine, Belleville, quartiere periferico e multietnico di Parigi.

Il periodo in cui si svolgono le vicende narrate è quello del secondo dopoguerra.

   Momò vive al sesto piano di un vecchio palazzo insieme ad altri bambini figli di prostitute, che per legge non possono essere tenuti dalle madri, anch’essi affidati a madame Rosa in cambio di un compenso mensile.

Intorno a loro i vicini di casa, ebrei, arabi, neri e francesi soli, belli, brutti, eterosessuali e transessuali che convivono senza pregiudizi e senza barriere.

Un ambiente ai margini della società dove la solidarietà reciproca impedisce l’abbrutimento dei personaggi.

Momò cresce insieme a ragazzi di diversa età e nazionalità senza perdere la propria identità, perché madame Rosa si preoccupa di educarli nel rispetto delle proprie origini e tradizioni etniche.

Trascorre il tempo facendo incursioni nei quartieri della “Parigi bene” dove conosce Nadine che fa la doppiatrice e pensa alla possibilità di essere adottato, ma venuto a conoscenza dei suoi due figli ritiene la cosa impossibile.

Dialoga con Hamil, venditore di tappeti mussulmano, che gli ha insegnato tutto ciò che sa, si affeziona ad un cagnolino che chiama Super e che cederà ad una donna benestante per evitargli la sua stessa vita precaria.

   Intanto madame Rosa invecchia e, visti i suoi 95 chili di peso, i sei piani di scale diventano troppo faticosi e inoltre si immobilizza per lunghi periodi diventando catatonica. Gli altri ragazzi vengono adottati da nuove famiglie.

   Momò è l’unico che non ha mai ricevuto visite dalla madre, pensa quindi che lei lo abbia abbandonato, ma un giorno si presenta a casa un piccolo uomo mussulmano, appena uscito dal manicomio criminale dove è stato rinchiuso per omicidio e vuole vedere il figlio che aveva affidato a madame Rose: si tratta di suo padre condannato per averle ucciso la madre: Madame Rose per paura di perderlo racconta all’uomo che suo figlio è un ragazzino ebreo, che lei aveva confuso i documenti e gli aveva dato quel tipo di formazione.

L’uomo ha una crisi nervosa e muore d’infarto.

   Le condizioni di Madame Rosa intanto peggiorano e il buon dottor Katz, che cura gli emarginati, consiglia d’andare in ospedale, cosa che lei rifiuta per paura di essere tenuta in vita come un vegetale.

Ne parla con Momò che decide di assecondarla per l’affetto che li lega, “erano l’uno per l’altro tutto ciò che avevano al mondo”.

Ed è così che inventando un finto ricongiungimento con i parenti israeliani Momo può giustificare con i vicini l’assenza della sua mamma adottiva.

Decidono quindi di scendere nel seminterrato dove la donna aveva allestito il suo angolo ebreo e Momo le starà vicino fino alla morte e continuerà a vegliarla fino a quando i vicini non li scopriranno a causa del cattivo odore che aveva iniziato a permeare l’ambiente.

   È difficile non farsi coinvolgere emotivamente dal racconto di Momò, difficile non riflettere sulle questioni poste dai suoi pensieri.

Il romanzo è attraversato da una serie di tematiche: l’immigrazione e la multietnicità, la solidarietà, la solitudine, la vecchiaia, l’eutanasia, ma è, soprattutto, un romanzo sull’amore filiale, che non combacia con quello biologico.

È l’amore che si prova verso chi si è preso cura di noi.

La scrittura riflette quella del ragazzino a volte sgrammaticata, ma, forse proprio per questo, ci fa sentire più vicini alla sua realtà.

  È un libro, “toccato dalla grazia”, definito così da Emile Ajar.

Vince il premio Gouncourt, in realtà il secondo per Gary, cosa che non sarebbe stata possibile se lo avesse pubblicato col suo vero nome.

  Ovviamente ne consiglio la lettura.

di Antonina FURNARI

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