CAMICI E PIGIAMI

Il mio professore di Clinica Medica, quasi alla fine del corso di laurea, concluse l’anno accademico con un discorso sul giuramento di Ippocrate a cui noi medici siamo tenuti.

Tra l’altro disse: “Vi auguro ogni tanto di ammalarvi e magari di avere bisogno di un ricovero, perché possiate mettervi nei panni delle persone che curate ogni giorno.”

Parole preziose.

Questo concetto era sviluppato in un bel libro, di facile lettura, dal titolo: “Camici e pigiami”.

Il libro spiega la disparità tra medico e paziente: il primo sta bene e l’altro è malato, il medico può muoversi liberamente e il paziente è costretto a letto, il primo sa e l’altro non sa, il medico veste il camice, simbolo di potere, il paziente è in pigiama e il suo destino è nelle mani del medico.

Questa disparità di potere è un incredibile ostacolo all’empatia, la capacità di immedesimarsi nell’altro, che per un medico non è solo un dovere ma è anche uno strumento formidabile per accompagnare il malato verso la guarigione.

Questa dote non è di certo mancata ai medici impegnati nella lotta contro il coronavirus che hanno pagato un prezzo altissimo: 153 morti e centinaia di loro che porteranno nel corpo e nell’anima il trauma e lo stress dell’essere stati in trincea, dell’avere visto tante morti e vissuto tanto dolore.

Chi non riesce a superare la disparità tra medico e paziente matura invece un cinismo insopportabile ed esce dalla sua insensibilità solo quando è toccato personalmente.

Succede anche ai potenti che dovrebbero essere i medici della società e prendersene cura. Spesso anche loro devono sbattere contro la realtà per capire i loro errori e imparare ad essere più umani.

Un caso esemplare è quello di Boris Johnson.

Di fronte all’epidemia di coronavirus, avrebbe dovuto cercare di attrezzare la Gran Bretagna, fornire il Paese di mascherine, respiratori e tamponi, attrezzature e personale sanitario; preparare il lockdown come aveva fatto l’Italia, coinvolgere e responsabilizzare la popolazione. Invece ha usato toni perfino offensivi verso il nostro Paese, ha detto che non avrebbe chiuso nulla confidando nella cosiddetta “immunità di gregge”, cioè sulla protezione naturale che un certo numero di casi e di morti “accettabili” avrebbe garantito a tutta l‘Inghilterra.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Malgrado il tardivo lockdown, il sistema sanitario inglese smantellato dai continui tagli (a partire da Tony Blair) è andato nel caos e oggi la Gran Bretagna ha il triste primato del maggior numero di morti in percentuale rispetto agli abitanti.

Anche il Primo Ministro si è ammalato. Gravemente.

Per fortuna è guarito.

L’altro giorno l’ho visto parlare ai cittadini su un podio su cui campeggiavano tre scritte:

Stay home”, “Protect the NHS”, “Save lives”. “Stiamo a casa”, “Proteggiamo il Sistema Sanitario Nazionale”, “Salviamo le nostre vite”. Con buon senso ha detto: “Non so se riusciremo a riaprire dopo il 19 maggio”.

Ecco: c’è voluto che Johnson fosse costretto a lasciare il camice e indossasse il pigiama perché capisse le sofferenze del popolo, i rischi che correva il suo Paese, l’importanza del NHS.

Cambierà?

Spero. Ma ho paura che sarà come nella favola della rana e dello scorpione.

Un giorno lo scorpione doveva attraversare un ruscello e chiese alla rana di portarlo sul dorso. “No,” disse la rana “perché ho paura che tu mi punga e mi uccida.”

Ragiona,” rispose lo scorpione “se ti pungessi e tu morissi, annegheremmo entrambi.”
La rana così accettò ma, giunti in mezzo al ruscello, lo scorpione punse la rana. Questa, prima di morire chiese: “Perché l’hai fatto? Hai condannato anche te stesso.”

Non ho potuto farne a meno: è nella mia natura.”

di Angelino RIGGIO

One comment Add yours
  1. Bello il tuo articolo.
    Per completarlo, consiglio di vedere il film “Un medico, un uomo”. Regista: Randa Jo Haines. Interprete principale: William Hurt, che avrà l’oscar per l’interpretazione. Il protagonista é un medico d’ospedale che per un tumore diventa paziente. Per lui sarà il completamento della comprensione di cosa deve essere un medico. Quando guarirà e tornerà in corsia la prima misura assunta sarà chiamare i pazienti per nome e cognome e non per numero. Piccola cosa?, No. Immensa: da numeri si diventa senza identità! Con il nome e cognome si diventa cittadini. Non a caso i reclusi/schiavi dei lager nazisti avevano impresso nella loro carne un numero. Gianni ZANIRATO

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