IL CONTENZIOSO TRA IL GOVERNO E ALCUNE REGIONI SULLA FASE DUE

Prendiamo l’ipertensione.

In passato l’ipertensione per quelli che superavano i 45 anni (erano molto pochi, tra guerre, carestie e pestilenze) era un autentico flagello. La stragrande maggioranza delle morti “di cuore” o per “colpo apoplettico” erano legate a “congestione sanguigna”. Con una felice intuizione, si pensò che diminuire la quantità di sangue nell’organismo aiutasse il paziente a stare meglio e in effetti l’applicazione di sanguisughe diminuiva i sintomi più importanti: cefalea, vertigini, confusione mentale, svenimento, dolore toracico. Purtroppo, per estrapolazione, il sanguisugio si applicava a tutte le malattie di cuore e non solo di cuore, con risultati nefasti tanto che il numero di morti causati da quella pratica è stato di gran lunga superiore a quello dei salvati. La generalizzazione si è rivelata un meccanismo pericoloso: un po’ come l’iniezione di disinfettante proposta da Trump contro il coronavirus.

Ma torniamo all’ipertensione. Pian piano gli ospedali si sono attrezzati con migliori strumentazioni e professionalità per salvare i pazienti dall’infarto e la scienza ha insegnato a combattere la micidiale accoppiata ipertensione-arteriosclerosi. Il risultato è formidabile: oggi le malattie cardiovascolari non sono più la principale causa di morte.

Vediamo come è stato possibile.

  • L’angioplastica coronarica è diventata una prassi diffusa (quando la fece il papà del mio caro collega, Massimo Mattei, si faceva solo a Houston e in pochi altri posti al mondo)
  • I pazienti hanno imparato a eliminare i fattori di rischio: evitare un’alimentazione ricca in grassi e zuccheri, evitare la vita sedentaria, proteggersi da situazioni di stress acuto e prolungato, recarsi periodicamente dal medico per controllare la pressione.

Vorrei riflettere su quest’ultimo punto.

Quando io ero bambino, andare dal medico era molto costoso (e la povertà era tanta) così si cercava di ricorrervi il meno possibile. Sembra strano inoltre, ma non tutti i medici avevano uno strumento per controllare la pressione (avere un ERKAMETER era quasi uno status symbol) e, anche chi ce l’aveva non sempre ne faceva uso con la dovuta frequenza.

La situazione è radicalmente cambiata con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale e una rete di medici di base diffusa sul territorio a garantire nei fatti che la salute è un diritto.

Usciamo dalla similitudine e torniamo al covid-19.

Nella prima fase dell’epidemia: abbiamo smontato l’idea che la sanità privata fosse meglio di quella pubblica e abbiamo cercato di superare il deficit di strutture, attrezzature e figure professionali del SSN; abbiamo protetto i soggetti a rischio con l’isolamento; abbiamo responsabilizzato la popolazione nella prevenzione primaria: distanziamento sociale, lavarsi di frequente le mani, utilizzo di mascherine, ecc.

Il risultato comincia a vedersi: calo di contagi, diminuzione del numero di morti, di ospedalizzazioni e di ricorsi alla terapia intensiva.

Ma il virus non è scomparso. Come non è scomparsa l’ipertensione (e l’aterosclerosi che l’accompagna) quando un paziente ha superato il ricovero ospedaliero.

Quale è la chiave a questo punto?

Seguire i consigli sullo stile di vita e attivare un buon controllo su base territoriale: è vero che i medici sono molto bravi con le terapie intensive e adesso ne abbiamo molte di più, ma è meglio farci arrivare il minor numero possibile di persone. Gli strumenti sono la prevenzione (gli stili di vita) e la diagnosi precoce (il controllo territoriale).

Sul rispetto degli stili di vita, io ho molta fiducia negli italiani che hanno dimostrato una maturità che il mondo ha ammirato. Sinceramente, nel programmare la cosiddetta fase 2, non mi sarei perso in una casistica infinita di chi si può vedere e chi no, di quando si può uscire e quando no: tranne un piccolissimo numero di deficienti (compreso Salvini), i comportamenti della stragrande maggioranza sono stati (e secondo me resteranno) comportamenti consapevoli, non certo dettati dalla paura, tanto meno dalla paura delle multe.

La chiave invece della fase due è il controllo territoriale. Il Ministero della Salute, retto dall’ottimo ministro Speranza, ha dato indicazioni e parametri precisi per poterlo attuare in modo di spegnere rapidamente ed efficacemente ogni possibile nuovo focolaio: monitoraggio dei contagi, capacità e velocità di accertamento diagnostico (adeguata e tempestiva applicazione dei tamponi), raccordo tra medicina di territorio e medicina ospedaliera, numero di cittadini in quarantena, tracciamento dei contatti, adeguatezza degli impiegati per l’emergenza in corso con un costante e rapido aggiornamento degli archivi informatici.

Tutte queste attività sono in capo alle Regioni, che hanno la delega della Sanità. Ce n’è parecchie di cose da fare. Non mi pare che Cirio, Fontana e la ineffabile Santelli (che non sapeva nemmeno quanti letti di terapia intensiva avesse la Calabria) siano molto pronti a fare quanto per legge e competenza devono fare. Si occupino seriamente di questo piuttosto che cercare di allargare i termini di “apertura” rispetto a quello che ha deciso il Governo, con un comportamento che crea confusione e che tra l’altro è contro la legge.

Per fortuna la gente si è mossa con prudenza facendo il proprio dovere sulla prevenzione primaria.

Dimostrino questi piccoli potenti locali di fare il proprio dovere per la prevenzione secondaria.

di Angelino RIGGIO

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