RIFLETTO

Negli ultimi due mesi di esilio arrivano da ogni dove ‘fiumi di parole’ prendendo a prestito il titolo di una canzone di qualche anno fa.

La lotta al Coronavirus si fa anche così, scrivendo messaggi sui social, aderendo ad iniziative che chiedono di raccontare cosa si prova nello stare a casa.

Per chi di mestiere fa il giornalista CoVid-19 è diventato un antagonista con cui interfacciarsi ogni giorno:

chi sei?

Da dove vieni?

Perché ti sei accanito contro l’umanità?

Quanti ne hai contagiati oggi?

Ma ce l’hai con gli anziani?

E quotidianamente arriva il bollettino che informa tutti noi sullo stato dell’arte.

Il giornalista ha certamente parecchio da scrivere ma se obbligato ad uscire di casa e andare direttamente negli ospedali, cliniche, RSA e centrali operative, rischia molto.

Come anche chi continua a condurre in presenza, insieme ai tecnici e agli operatori, le trasmissioni televisive.

Dicono ci sia stato un aumento nella vendita dei giornali cartacei e online.

E’ un dato positivo, nonostante questo arrivano da parte dei sindacati di molte testate reazioni preoccupanti.

E’ chiaro, il contributo pubblicitario di molti investitori, è venuto meno.

Anche se in alcuni casi, per determinate categorie merceologiche, c’è stato un incremento.

Mah.

Rifletto.

Oltre alla scrittura, veniamo spronati a fare movimento.

E allora presi da una smania incontrollabile ci iscriviamo ad un corso di fitness online per scoprire dopo la prima lezione che non potremmo mai raggiungere il livello dell’insegnante che sullo schermo dello smartphone esegue gli esercizi in maniera impeccabile.

Altri soldi buttati via.

Mah.

Rifletto.

Dopo anni di accumulo di oggetti, decidiamo di fare piazza pulita del superfluo, quella lampada con il paralume macchiato che nemmeno si accende più, barattoli e scatoline che abbiamo tenuto perché non si sa mai, vecchi monitor o stampanti ormai obsoleti, ma i bastoncini da sci si usano ancora?

E quindi scendiamo in cortile, così abbiamo la scusa per uscire, e lasciamo i nostri ricordi nei pressi del punto raccolta, in attesa che l’Amiat passi.

Era proprio necessario?

Mah.

Rifletto.

Ho provato a scrivere ma faccio molta fatica anche ad inviare la lista della spesa al mio supermercatino di fiducia, e se non fosse perché lo smartworking mi obbliga ad onorare la mia postazione casalinga, abbandonerei tutto.

Ho accettato la sfida della palestra in casa e se prima del Coronavirus avevo l’abitudine di esercitarmi un paio di volte la settimana, dopo, tranne qualche lezione con l’inarrivabile Asana Rebel, mi sono arresa.

Idem con la cucina, una mia passione soprattutto per la pasticceria; ho ripreso confidenza con alcune preparazioni che a detta di mio marito, sono anche venute bene.

Non però come avrei voluto.

Sono incontentabile?

Mah.

Rifletto su tutto ciò che potremmo fare e che magari nelle interviste – a me è capitato – per non fare una brutta figura diciamo che le facciamo quelle cose lì: scrivere, leggere, cucinare, allenarsi, riordinare.

Ma come si fa, mi chiedo, a non pensare all’orrore che ci circonda?

Ai medici, agli infermieri, agli operatori socio-assistenziali.

A chi deve decidere per noi e non sa da che parte iniziare perché una cosa così non era mai capitata prima.

Alla sofferenza, alla morte, alla disperazione di chi è rimasto, a chi non ha i soldi per comprare il cibo o pagare le bollette e deve impegnare un braccialetto o un anellino al Monte di Pietà; a chi deve riaprire l’attività e non sa quando né come potrà farlo; a chi ha perso il lavoro; ai ragazzi che non vanno a scuola perché se per alcuni le prime settimane sono state una pacchia, dopo è subentrata l’esasperazione.

A quelle persone che non hanno delle case da sogno come quelle che ti fanno vedere in TV ma vivono in abitazioni dove lo spazio vitale, quando c’è, è ridotto all’osso.

A coloro che un buco dove ripararsi proprio non ce l’hanno.

Ai litigi tra famigliari che non si sopportano più.

Alle donne costrette a sopravvivere con chi le maltratta.

Come si fa?

Il malessere che avverto e che mi impedisce di svolgere quelle attività come vorrei dipende dal fatto che non si può stare bene se gli altri soffrono.

Il Coronavirus prima o poi sarà debellato come le altre pandemie e non sarà più il nostro nemico, come ne verrà fuori la nostra coscienza sociale, la nostra misericordia dopo questa esperienza?

Rifletto.

di Sabrina GONZATTO

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