LA PANDEMIA HA RIVELATO LA FRAGILITA’ DEL CONTRATTO SOCIALE

Bisognerà mettere sul tavolo riforme radicali, invertendo la tendenza che ha prevalso negli ultimi quarant’anni.

I governi dovranno accettare di svolgere un ruolo più attivo nell’economia.

Dovranno considerare i servizi pubblici come un investimento anziché un peso, e cercare il modo di rendere meno precario il mercato del lavoro.

La ridistribuzione tornerà al centro del dibattito, mettendo in discussione i privilegi dei più anziani e dei più ricchi. Bisognerà prendere in considerazione misure che fino a ieri sono state considerate stravaganti, come il reddito di base e le tasse patrimoniali.

Le misure estreme adottate per sostenere i redditi e le attività economiche durante l’isolamento vengono giustamente paragonate all’economia di guerra, che i paesi occidentali non hanno più sperimentato negli ultimi settant’anni. Ma l’analogia non si ferma qui.

I leader che vinsero la guerra non aspettarono la fine del conflitto per pianificare il futuro.

Nel 1941 il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill firmarono la Carta Atlantica, ponendo le basi dell’ONU. Nel 1942 il Regno Unito pubblicò il rapporto Beveridge, impegnandosi a creare uno stato sociale per tutti. Nel 1944 la conferenza di Bretton Woods plasmò l’architettura finanziaria del dopoguerra.

La stessa lungimiranza è indispensabile oggi.

Oltre alla guerra sanitaria, i veri leader devono muoversi adesso per vincere la pace.

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Questi brani non sono tratti da un giornale di sinistra ma dal Financial Times, il principale giornale economico-finanziario del Regno Unito, il più autorevole e antico al mondo.

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