UNA BELLA PROPOSTA DI MARCO REVELLI

Abbiamo già detto che, se la “fase uno” è stata estremamente drammatica, la “fase due” è molto più delicata e complessa.

  • Delicata perché il desiderio, e la necessità, di uscire dal lockdown si scontrano con il legittimo timore di una ripresa incontrollata dell’epidemia. Lo stiamo vedendo in questi giorni in Germania dove l’indice di contagiosità è risalito a 1,1 mentre quello italiano è sceso a 0,6.
  • Complessa perché, mentre nella prima fase il diritto alla salute era nettamente prevalente, nella fase due gli altri diritti costituzionali pretendono, giustamente, la loro espressione. Sia perché la morsa della pandemia si è allentata, sia perché sono stati a lungo compressi. Parlo di diritti vitali come quello al lavoro, al reddito, alla mobilità individuale, alle relazioni sociali, allo studio.

La contraddizione tra la sacrosanta cautela a salvaguardia della salute (dopo 31.000 morti e 200.000 contagi, solo gli stupidi o i cinici possono metterla in discussione) e la tutela di questi insopprimibili diritti crea una situazione di incertezza e confusione.

Queste non sono solo caratteristiche dell’Italia. Se si escludono i tre campioni amici di Salvini (Trump, Johnson e Bolsonaro) con la loro gestione irresponsabile della pandemia, in tutti i Paesi occidentali le misure della ripresa sono un misto di cautela e di contraddittorietà su quali aziende, quali attività produttive, quali scuole, quali regioni, ecc.

Ognuno ha una parte di ragione e di torto come avviene quando si deve scegliere non tra una cosa buona e una brutta, ma tra una cosa buona se la si considera da un certo punto di vista e un’altra altrettanto buona ma da un altro punto di vista.

Questa indecisione può generare provvedimenti confusi che si perdono in casistiche estremamente particolareggiate come la questione del tornare a vedere “i congiunti” e “gli affetti stabili”.

La farraginosità delle decisioni è poi disastrosa per quanto riguarda i provvedimenti di aiuto al reddito e per il sostegno e il rilancio delle imprese, dove la rapidità di erogazione è vitale.

Qui però ci si scontra non solo con i problemi della “fase due” ma con un vecchio male italiano: la burocrazia.

Per rilanciare il Paese la semplificazione burocratica è indifferibile mentre è fondamentale il controllo del territorio per valutare non ciò che si dichiara ma il risultato di ciò che si fa: se è nell’interesse della collettività o a suo danno.

Vorrei che riflettessimo sul fatto che la burocrazia nasce dal tentativo di prevedere una infinita casistica per contrastare la capacità dei “furbetti” di utilizzare le leggi a propri fini. Ma paradossalmente la complicazione normativa non tutela il cittadino comune, che non ci capisce più nulla, e finisce per favorire chi può contare su commercialisti e professionisti che si muovono con abilità nei meandri legislativi e scoprono il metodo di attuare il famoso detto: fatta la legge, trovato l’inganno.

Marco Revelli ha segnalato lo scandalo di come alcune potenti multinazionali si stiano attrezzando per accaparrarsi i finanziamenti previsti dal Governo per aiutare le aziende. Si tratta di strutture economiche “con le spalle larghe”, che magari hanno guadagnato dall’epidemia (come la grande distribuzione) e che addirittura non pagano le tasse in Italia perché hanno la loro sede nei paradisi fiscali o dove godono di una fiscalità di vantaggio (come l’Olanda). Di fronte a questo, Revelli propone che il contributo governativo vada solo a chi paga le tasse nel nostro Paese.

Alcuni economisti suggeriscono qualcosa in più: le multinazionali paghino le tasse dove fanno profitti e non dove godono di fiscalità di vantaggio. Questo può farlo, già da subito, ogni Paese; ma, ovviamente, avrebbe tutt’altra efficacia se si facesse a livello continentale.

E sarebbe un altro tassello per costruire un’Europa rinnovata e più forte.

di Angelino RIGGIO

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