IL DECRETO “CONVALESCENZA”

Non ho mai condiviso la politica dei “bonus”, a partire dai famigerati ottanta euro di Renzi erogati al solo scopo di vincere le elezioni europee e convincere i lavoratori dipendenti a mandare giù l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. I “bonus” non sono interventi strutturali nei confronti dell’economia: un adagio popolare dice che è più importante dare gli attrezzi per pescare che regalare un pesce. Sono interventi non democratici ma regalie, cioè fanno apparire chi li concede un monarca generoso, ma sempre di monarca si tratta. Non portano nemmeno bene a chi li concede come hanno dimostrato le fortune, o meglio le sfortune, elettorali del PD di Renzi. Soprattutto si tratta di provvedimenti temporanei e non strategici.

Malgrado ciò io considero corretto il decreto da 55 miliardi approvato dal governo Conte, che pure è pieno di bonus.

In un periodo straordinario sono necessari interventi straordinari: reddito d’emergenza, cassa integrazione, indennità per autonomi stagionali e commercianti, congedi parentali e bonus babysitter, credito alle imprese, sostegni alle Piccole e Medie Imprese a fondo perduto, fondi straordinari per la scuola, voucher vacanze, bonus per le ristrutturazioni, bonus per biciclette e monopattini, sospensione della TOSAP, cancellazione della prima rata dell’IRAP, ecobonus, fondi per il distanziamento nei locali pubblici, credito d’imposta sulla sanificazione, sospensione dei licenziamenti, ecc..

È stato un lavoro difficile e imponente sia per la entità della cifra messa in campo (55 miliardi) sia per l’intenzione di rispondere alle mille esigenze di chi è stato, e in una certa misura continua ad essere, danneggiato dalla pandemia. Pandemia che ha colpito in maniera violentissima un Paese molto fragile come l’Italia, gravato da un immenso debito pubblico. Questa difficoltà si è tradotta in un articolato altrettanto imponente (256 articoli e centinaia di pagine) che purtroppo si scontreranno con una storica burocrazia che rallenterà non poco l’attuazione del decreto, in un periodo in cui la velocità operativa è indispensabile: il virus, la mafia, gli strozzini e il prevalere dell’interesse individuale su quello collettivo sono sempre in agguato.

C’è poi stata una difficoltà politica non da poco.

Il buon lavoro realizzato nella fase uno è stato quasi un miracolo, considerata la fragilità numerica e politica della maggioranza di governo. Con l’affacciarsi della fase due, la litigiosità ha preso il sopravvento. Ognuno ci ha messo del suo ma in particolare sono stati devastanti due fattori:

  • la voglia di protagonismo di Renzi (ma che ci fa la ministra Bellanova con questo nuovo signore della rocca di Radicofani?)
  • la balcanizzazione dei Cinque Stelle (un movimento cresciuto nell’illusione che non esistano destra e sinistra e nato per essere opposizione, che si è ritrovato impreparato a capire la necessità della mediazione democratica e la complessità dell’attività di governo).

Queste due aree di difficoltà spiegano il ritardo del decreto e l’imbarazzo del governo che prima lo ha chiamato “Decreto Aprile”, poi “Decreto Maggio” e infine “Decreto Rilancio”.

Io preferisco definirlo “Decreto Convalescenza”.

In un precedente articolo ho paragonato la fase due per l’Italia alla convalescenza di una bella signora dopo una brutta malattia: chi ne ha cura deve vigilare contro una ricaduta e riparare i danni causati dal morbo (avitaminosi, debolezza muscolare, in generale perdita di risorse proprie).

Da questo punto di vista il decreto è perfetto.

In un Paese convalescente dopo 33.000 morti il decreto aiuta a prevenire la riaccensione dei focolai (sacrosanti gli interventi sulla sanità) e a sostenere tutte le debolezze generate dalla pandemia.

Altra cosa è però il rilancio. Il rilancio richiede interventi strategici (verso quale economia vogliamo andare?), correzione di difetti storici (mafia, corruzione, burocrazia, lentezza della giustizia, ecc.) e risorse ben più grandi dei 55 miliardi messi in campo.

Qui è inevitabile parlare dell’Europa, del MES (che è privo di condizionalità) e del RECOVERY FUND che, opportunamente, passa da 1.000 a 2.000 miliardi. Anche se, per la mia opinione, perché l’Europa non sia schiacciata da Cina e USA deve avere il coraggio di mettere in campo cifre ben maggiori. Il rilancio o è continentale o sarà di piccola portata e di corto respiro.

Qui non si tratta della convalescenza ma della vita che abbiamo davanti. Occorre la vista lunga.

di Angelino RIGGIO

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