BRESCIA 8 MAGGIO 1974 BOMBA PIAZZA DELLA LOGGIA CONTRO MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA

8 MORTI E OLTRE 100 FERITI

Fonti: giornali epoca e successivi/ricordi personali

  Piove alle ore 10.12, un boato lacera il cielo in Piazza della Loggia a Brescia.

Una bomba con 700 grammi di esplosivo da cava, nascosta in un cestino dei rifiuti, esplode durante la manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista per rispondere allo stillicidio di attentati di destra avvenuti in città nei primi mesi di quell’anno.

   Inizia La ricerca della verità che proseguirà per quattro decenni.

Le tappe della vicenda:

LA STRAGE

   In pieno centro a Brescia è in corso la manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista.

Sono presenti il sindacalista della Cisl Franco Castrezzati, Adelio Terraroli del Partito comunista italiano e il segretario della Camera del lavoro di Brescia Gianni Panella.

  Tantissime le persone in piazza.

  Allo scoppio dell’ordigno, in sei muoiono subito, due invece dopo ore di agonia in ospedale.

   Le vittime

  1. Giulietta Banzi Bazoli, insegnante di francese, 34enne madre di tre bambini;
  2. Livia Bottardi, 32 anni, insegnante di lettere morta davanti al marito, Manlio Milani, che si era allontanato per salutare un amico (diventerà il presidente dell’Associazione familiari dei caduti di Piazza Loggia);
  3. Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante di fisica;
  4. Clementina Calzari, docente, moglie di Alberto Trebeschi;
  5. Euplo Natali, 69 anni, pensionato ed ex partigiano;
  6. Luigi Pinto, 25 anni, insegnante;
  7. Bartolomeo Talenti, 56 anni, operaio:
  8. Vittorio Zambarda, 60 anni, operaio.

  I funerali si sono svolti il 31 maggio nella stessa piazza del vile attentato alla presenza dell’allora capo dello Stato, Giovanni Leone, del presidente del Consiglio, Mariano Rumor (verso i quali arriveranno anche fischi da parte dei manifestanti), e dei principali leader di partito.

In piazza anche migliaia di persone arrivate da tutta Italia per rendere omaggio alle vittime con cartelli e bandiere listate a lutto.

Grande la partecipazione dei giovani.

   IL PRIMO PROCESSO E L’OMICIDIO DI BUZZI.

CONTINUANI DEPISTAGGI E I VERGOGNOSI PROCESSI PER NON FARCI CAPIRE LA VERITA’

   Il 2 luglio 1979 arriva la prima sentenza.

I giudici della Corte d’assise di Brescia condannano all’ergastolo Ermanno Buzzi e a dieci anni Angelino Papa, a cui concedono la seminfermità mentale perché sarebbe stato plagiato dal coimputato.

A Buzzi, grande esperto di quadri, il giudice Gianni Simoni era arrivato indagando su un’opera d’arte e sentendo come testimone un certo Luigi Papa, padre di Angelino, che invece di parlargli di ricettatori e dipinti aveva accusato Buzzi della strage.

   Assoluzioni e condanne per reati minori vengono disposte per altri 16 inquisiti.

Alla vigilia del processo d’appello, Buzzi viene trasferito dal carcere di Brescia a quello di Novara.

A 48 ore dal suo arrivo, due detenuti lo uccidono strangolandolo con i lacci delle scarpe.

Motivano il gesto con il fatto che Buzzi è un “pederasta”.

  Il 2 marzo 1982, i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Brescia scagionano tutti gli imputati, Papa compreso, e nelle motivazioni definiscono Buzzi “un cadavere da assolvere”.

Il 30 novembre 1983, la Cassazione annulla la sentenza d’appello per alcuni imputati e dispone un nuovo processo per Nando Ferrari, Angelino e Raffaele Papa e Marco De Amici.

Nei loro confronti il processo bis di secondo grado viene celebrato a Venezia: per tutti è assoluzione per insufficienza delle prove.

  NUOVE INDAGINI, NESSUN COLPEVOLE

  Il 21 marzo 1984, inizia il secondo atto di questa storia giudiziaria.

Il giudice di Firenze, Piero Luigi Vigna, che sta indagando sugli attentati ai treni in Toscana, raccoglie le testimonianze di alcuni detenuti ‘neri’ sulla strage e le trasmette al giovane giudice istruttore di Brescia, Gianpaolo Zorzi.

  Vengono indagati il neofascista Cesare Ferri, accusato anche dalla testimonianza di un prete, il fotomodello Alessandro Stepanoff e il suo amico Sergio Latini per avergli fornito un alibi.   

   Ferri e Latini rispondono anche per essere stati i mandanti dell’omicidio di Buzzi.

Gli imputati vengono assolti in primo grado nel 1987 per insufficienza di prove, e prosciolti in Appello nel 1989 con formula piena.

     MARZO 1993, TRAMONE

  Cade il mistero sull’identità della ‘Fonte Tritone’ che aveva ispirato una relazione del Sid (i servizi segreti di allora) datata 6 luglio 1974.

Il giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, scopre che è un giovane dell’estrema destra padovana, informatore dei servizi dal 1973 al 1975, Maurizio Tramonte.

Nel 1993 si trova agli arresti domiciliari a Milano per vicende di criminalità economica e il giudice Zorzi lo va a trovare, dando impulso a nuove piste investigative.

   La nuova pista individua la ‘cabina di regia’ della strage nel vertice della formazione neofascista Ordine Nuovo del Triveneto.

I pubblici ministeri di Brescia, Roberto Di Martino e Francesco Piantoni, chiedono l’arresto di tre indagati: Carlo Maria Maggi, la figura centrale della relazione del Sid ispirata dalla ‘fonte Tritone’; Delfo Zorzi, considerato il suo ‘braccio destro, indagato anche per Piazza Fontana e, nel frattempo, fuggito in Giappone; Maurizio Tramonte, la ‘fonte Tritone’.

   Maggi non viene arrestato per l’età e le precarie condizioni di salute.

L’unico a finire in carcere è Tramonte, che comincia a collaborare con i magistrati.

Vengono chiamati in causa anche Pino Rauti, ‘padre’ di Ordine Nuovo e il comandante dei carabinieri, Francesco Delfino.

TUTTI ASSOLTI

   Il 16 novembre 2010, i giudici della Corte d’assise di Brescia assolvono tutti i cinque imputati (Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Francesco Delfino e Pino Rauti) della terza inchiesta con la formula dubitativa dell’articolo 530 comma 2, ‘erede’ della vecchia insufficienza di prove.

   Viene revocata la misura cautelare nei confronti dell’ex ordinovista Delfo Zorzi che vive in Giappone e ha cambiato nome.

Nel 2012, la sentenza viene confermata in secondo grado dalla Corte d’appello di Brescia.

”Abbiamo fatto tutto il possibile. È una vicenda che va affidata alla storia”, dichiarano i pubblici ministeri.

  Ancora una volta nessun colpevole.

   CONDANNE ALL’ERGASTOLO

   Il 21 marzo 2014, la Cassazione annulla le assoluzioni di Maggi e Tramonte e conferma quelle di Zorzi e Delfino.

   Il verdetto viene accolto dalle lacrime dei superstiti e dei parenti delle vittime.

“E’ una vittoria morale che compensa tanti anni di frustrazioni”, dice il PM Di Martino.

  Nelle motivazioni alla sua decisione, la Suprema Corte spiega che sono “ingiustificabili e superficiali” le conclusioni assolutorie nonostante “la gravità indiziaria” e anche alla luce delle dichiarazioni del pentito Digilio.

Il 22 luglio 2015, la Corte d’Assise d’Appello di Milano infligge la pena dell’ergastolo ai due neofascisti veneti Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte.

   Dopo 41 anni e nessuna condanna nei processi precedenti, arrivano i primi colpevoli per la giustizia.

I due sono ritenuti i mandanti della strage: il primo ne è stato il regista, l’altro ha partecipato alle riunioni organizzative.

La Corte stabilisce anche un risarcimento complessivo di oltre quattro milioni e mezzo di euro a favore dei familiari delle vittime e delle persone che rimasero ferite.

Risarcimenti solo simbolici perché i due imputati, ormai anziani, non avrebbero le disponibilità economiche per farvi fronte, qualora la sentenza dovesse passare in giudicato.

  Nel corso dei vari procedimenti giudiziari relativi alla strage si è costantemente fatta largo l’ipotesi del coinvolgimento di rami dei servizi segreti e di apparati dello Stato nella vicenda.

DUE COLPEVOLI DELLA STRAGE

  Il 20 giugno 2017, la giustizia italiana mette la parola fine all’accertamento della verità sulla strage di Brescia.

La Corte di Cassazione dichiara colpevoli in via definitiva Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte.

  Tramonte, 65 anni, viene rintracciato in Portogallo, a Fatima, dove si era recato in quanto devoto al culto mariano (!), gli viene consegnato un mandato di arresto europeo e il 19 maggio 2017 torna in Italia, dove viene rinchiuso nel carcere di Rebibbia.

   A Maggi vengono concessi i domiciliari sia per l’età avanzata, sia per le condizioni di salute. Muore di morte naturale il 26 dicembre 2018 all’età di 84 anni.

di Gianni ZANIRATO 

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