UBER E I NERI D’ITALIA

L’emergenza covid è costata un prezzo altissimo. Innanzitutto ai morti (33.000) e alle loro famiglie, agli ammalati (più di 120.000), al personale sanitario, alla popolazione tutta che ha subito il lockdown, alle casse dello Stato che ha dovuto indebitarsi enormemente, a tutta l’economia con una riduzione del pil che non si vedeva da decenni, e così via.

Ma non tutti ci hanno rimesso.

Uber eats, la società di consegne a domicilio, ha avuto per evidenti motivi un vero e proprio boom.

Un lavoro difficile, faticoso e rischioso quello dei riders anche in condizioni normali: di corsa in bicicletta per fare il maggior numero di consegne. Ogni consegna è pagata tre euro e mediamente in un’ora se ne riescono a fare due. Durante la pandemia, per questi invisibili si è aggiunta la possibilità di contagio.

Dove trovare allora altro personale per affrontare il boom di consegne?

Uber, attraverso una società di intermediazione di manodopera, ha trovato la soluzione: ha sfruttato migranti provenienti da contesti di guerra, richiedenti asilo e persone che dimoravano in centri di accoglienza temporanei e in stato di bisogno con contratti farsa per eludere tasse e contributi.

Tutte persone scomode, quelle che Salvini dice che vogliono invadere l’Italia, sono la forza-lavoro di riserva, che però sono disposte a fare i lavori delle tre D (dangerous, difficult, dirty: pericolosi, difficili o sporchi).

Questo per i padroni, come abbiamo visto, è un grande vantaggio perché crea una grossa flessibilità della manodopera (puoi licenziarli quando vuoi: ahi, l’abolizione dell’art.18!) e abbassa il costo della stessa manodopera perché i diseredati sono tanti e sono disposti a lavorare anche per una paga minima che sarà tanto più bassa quanto più questi vengono messi ai margini della società e trattati con razzismo.

Se queste persone venissero trattate con dignità e messe in regola, la concorrenza tra salariati diminuirebbe e quindi i lavoratori sarebbero più forti. Questo non va bene a chi sfrutta.

Il razzismo non è rivolto solo contro i migranti, ma soprattutto contro i lavoratori.

In America, da sempre, il razzismo contro i neri è stato utilizzato per questo: garantire il massimo di flessibilità con il costo del lavoro più basso.

È il motivo per cui la segregazione razziale non è mai finita e spesso il razzismo tra i bianchi (anche quelli poveri) è diventato cultura dominante.

Nel video di Minneapolis si vede chiaramente che i compagni del poliziotto assassino per nove minuti (nove minuti!) non hanno fatto nulla per modificare la dinamica dell’omicidio. Questo vuol dire che dietro quell’episodio c’era, se non un protocollo di comportamento, una cultura basata sul pregiudizio razziale.

La vicenda di Uber e quella di Minneapolis sono collegate e il collante è la disuguaglianza sociale. Uber cercherà di scaricare la responsabilità del caporalato sulla società di assunzione intermediaria. È una foglia di fico.

Così come è una foglia di fico pensare che l’inquinamento della “terra dei fuochi” sia solo frutto della camorra. Gli industriali del nord che davano sostanze tossiche da smaltire a prezzi irrisori a società dubbie, anche loro fingevano di non sapere.

Quando il capitalismo si manifesta nel modo più estremo tutto si tiene: sfruttamento, razzismo, evasione fiscale, illegalità.

di Angelino RIGGIO

One comment Add yours
  1. Bellissimo e crudo quadro della realtà. Cerchiamo, spesso, di non vederla per non affrontarla.
    Ma la realtà è anche questa e si può modificare in meglio.
    In fondo il nostro giornale cerca di dare il proprio contributo per il mondo futuro in cui “l’uomo sia d’aiuto all’ uomo”, direbbe Berthot Brecht.
    Grazie, Angelo
    Gianni Zanirato

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