CINA E USA: GIGANTI MALATI

Oggi sono 31 anni dai fatti di Piazza Tienanmen, il luogo simbolo in cui il popolo cinese ha affrontato con coraggio i carri armati per rivendicare democrazia. A Hong Kong il governo locale, espressione di Pechino, cerca di forzare la situazione istituzionale per affrettare l’annessione del territorio autonomo. La folla protesta e la polizia reprime i manifestanti con violenza.

Nello stesso tempo l’America è in fiamme per l’ennesimo omicidio di un nero che ha fatto emergere una segregazione razziale mai finita.

La Cina non è da meno con la persecuzione degli Uiguru, una minoranza (sono milioni di persone) dello Xinjiang di cui cerca di sradicare fede e cultura. I campi di trasformazione attraverso l’educazione non sono centri vocazionali ma lager.

Trump ha fatto erigere un muro contro i migranti separando i bambini dai genitori, costringendo alla esclusione sociale per generare supersfruttamento e abbassare il costo del lavoro.

La Cina fa lo stesso con i migranti dal sud est asiatico: da un lato li attira, dall’altro li ghettizza per usarli al costo minore possibile e tenere bassi i salari dei lavoratori cinesi.

Trump ha ignorato a gennaio le informazioni della CIA sul coronavirus e perfino l’allarme dell’esperienza italiana causando una espansione incontrollata dell’epidemia: oltre 100.000 morti, 2 milioni di contagiati, decine di milioni senza lavoro.

La Cina sembra avere controllato meglio il virus ma al prezzo di trasformare Wuhan, una città di 11 milioni di abitanti, in una prigione a cielo aperto con misure poliziesche che possiamo solo immaginare data la censura cinese.

Trump vuole sospendere i finanziamenti all’Organizzazione Mondiale della Sanità, un atto gravissimo contro il multilateralismo, proprio mentre la pandemia imperversa in tutto il mondo.

La Cina, che tra l’altro finanzia l’OMS nemmeno di un decimo di quanto fanno gli USA, ha nascosto i primi casi che pure un eroico medico aveva segnalato (subendo una feroce repressione), causando un ritardo esiziale per lo sviluppo della pandemia.

In entrambi i Paesi vige la pena di morte. Entrambi attuano una politica di imperialismo economico: l’America da tempo e in tutto il mondo accompagnandolo con minacce militari e colpi di stato; la Cina è particolarmente aggressiva in Africa, nel sud est asiatico e, di recente si è affacciata in America Latina.

La competizione economica si è trasformata in guerra dei dazi commerciali che trovano il massimo di scontro sulla tecnologia 5G che permette di controllare infrastrutture civili, produttive, strategiche e militari dei Paesi acquirenti.

La stessa corsa al vaccino anti-covid ha una valenza di competizione imperialistica che è stata paragonata alla corsa allo spazio.

Vale la pena di ricordare che la competizione spaziale non fu dettata da amore per la scienza ma da obiettivi di supremazia, anche tecnologica per i brevetti indotti, ma soprattutto militare.

I giovani non l’hanno vissuta, ma gli anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al 1989, sono stati segnati dalla Guerra Fredda tra Russia e Stati Uniti. La popolazione mondiale visse con l’incubo di un conflitto nucleare (ci si andò vicino con la crisi di Cuba) perché i due Paesi facevano a gara a costruire armi di distruzione di massa sempre più potenti. Non furono anni solo di confronto, di minacce reciproche, di mostrare i muscoli. I due Paesi si confrontarono militarmente per interposta persona con guerre locali in ogni parte del mondo (cito solo Israele, Congo e Vietnam per tutti) che insieme causarono più morti della Seconda Guerra Mondiale.

Oggi la confrontation tra Cina e USA spinge il mondo verso una nuova Guerra Fredda in cui ai vari Paesi, se prevalesse il sovranismo, non resterebbe che schierarsi con l’uno o con l’altro gigante malato.

C’è però la possibilità che tra i due contendenti si levi un terzo incomodo: l’Europa, un continente con un mercato interno vasto, ricco e tecnologicamente avanzato. E soprattutto democratico: in tutta Europa si vota, c’è la divisione dei poteri, c’è libertà di stampa, non c’è discriminazione razziale, non c’è la pena di morte, c’è uno stato sociale, ci sono garanzie per i cittadini, c’è il coraggio di tenere fuori dalla porta la Turchia del dittatore Erdogan, malgrado i vantaggi strategici che questo porterebbe. Certo la democrazia europea è una democrazia imperfetta (si pensi all’Ungheria di Orban) ma molto più avanti dei due giganti malati.

I Paesi europei devono essere consapevoli della loro forza, del fatto che i dividendi dell’unità sono di gran lunga maggiori della perdita di quote di sovranità nazionale, e soprattutto del ruolo di equilibrio per scongiurare una nuova Guerra Fredda.

Per questo ci vuole maggiore integrazione e solidarietà europea: i provvedimenti adottati per fronteggiare la pandemia e i suoi effetti vanno nella direzione giusta.

di Angelino RIGGIO

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