DEFUND POLICY?

Il movimento di massa negli USA dopo l’uccisione di George Floyd non accenna a diminuire.

La parola d’ordine che ha unito i manifestanti in tutti gli stati è “BLACK LIVES MATTER”, le vite dei neri contano. È una affermazione perfetta perché invita l’America a fare i conti con lo schiavismo e con secoli di segregazione razziale.

A questa parola d’ordine di recente se ne è aggiunta un’altra: “DEFUND POLICY”, ridurre i fondi alla polizia. Qualcuno è arrivato a sostenere la eliminazione del finanziamento alle forze dell’ordine.

Dico subito che, secondo me, questa parola d’ordine è sbagliata e rischia di essere un boomerang per il movimento antirazzista.

Certamente sono da punire con decisione le violenze razziste compiute dai poliziotti e dai loro superiori. Ma il problema non è avere meno polizia o una polizia più “gentile”, cosa che Trump ha cavalcato con la sua “riforma” che vieta le manovre di strangolamento (vorrei vedere!) per immobilizzare gli arrestati o che impegna più fondi per l’addestramento dei poliziotti (i poliziotti che pochi giorni fa hanno ucciso un nero con tre colpi alla schiena avevano fatto da poco un corso di addestramento).

Qualche sostenitore del “DEFUND POLICY” sostiene che i fondi per la polizia sono troppi e che potrebbero essere in gran parte destinati a progetti di miglioramento delle periferie. Questo è già più accettabile ma non coglie il cuore del problema.

Il cuore del problema è la disuguaglianza.

Il gap sociale che si è accumulato in generazioni di schiavismo e segregazione sociale ha spinto la maggioranza dei neri verso una ghettizzazione. In ogni campo i neri sono minoranza agli apici della società, nell’istruzione, nei salari medi, nell’aspettativa di vita.

La pandemia ha fatto emergere in modo drammatico tutto questo.

Per esempio, nella città di Minneapolis (dove è avvenuto l’omicidio di Floyd), i neri sono appena il 19% della popolazione ma hanno avuto il 34% dei contagi mentre i bianchi, che sono il 64%, si sono fermati al 24% di casi. Questa divisione in classi è legata al minore reddito (e quindi a non avere assicurazioni sanitarie adeguate o non averne affatto), così come è legata al fatto di vivere in alloggi piccoli, fatiscenti e sovraffollati, alla necessità di lavorare comunque malgrado il lockdown, secondo la logica che gli “ultimi” sono costretti ad accettare i lavori delle tre D: “difficult, dangerous, dirty”: difficili, pericolosi, sporchi. E, aggiungo io, sottopagati.

Purtroppo tra questi tipi di lavoro ci sono quelli offerti dalla criminalità. Molti neri spesso sono spinti a scegliere tra accettare di delinquere o vivere in modo miserabile. È inutile fingere di non vedere questa realtà. Sempre in termini di divisioni in classi, i neri e i poveri sono la stragrande maggioranza dei detenuti nelle carceri americane.

Migliorare le periferie potrà modificare un po’ la situazione ma non la risolve. Bisogna prosciugare il lago della povertà per diminuire la criminalità.

Ridurre le forze di polizia o addirittura eliminarle non elimina i crimini, soprattutto quelli che la gente comune vede: furti, rapine, omicidi, spaccio, ecc. La percezione dell’insicurezza quotidiana alimenta la destra: tutti ricordano come Rudolph Giuliani aveva vinto le elezioni promettendo contro il crimine tolleranza zero.

Sicuramente l’americano medio non vede il boss mafioso che arruola il nero o il narcotrafficante che rifornisce il piccolo spacciatore ma che è ricevuto con tutti gli onori nei salotti buoni, in banca, tra i finanziatori delle campagne elettorali (pecunia non olet). Né tanto meno la gente comune riflette sul fatto che il 2% degli straricchi possiede la ricchezza che hanno i rimanenti 98% degli americani e pagano tasse ridicole (quando le pagano e non evadono o portano i soldi nei paradisi fiscali) e sfruttano il lavoro con salari di fame. Questi ladri con abiti firmati sono la vera causa della disuguaglianza sociale. Bisogna attaccare loro per combattere alle radici il razzismo.

di Angelino RIGGIO

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