FARE IMPRESA

Nel mio articolo su Bonomi, auspicavo che l’attuale Presidente di Confindustria utilizzasse il suo pugno fermo (qualcuno ha detto la sua arroganza) contro quegli imprenditori che fanno delle cose che danneggiano la collettività causando grave pregiudizio all’economia.

Cosa dovrebbe fare? Bonomi è persona intelligente e sa che la sua potente organizzazione potrebbe fare tante cose.

Io mi permetto di suggerirne una. Piccola ma significativa.

Poiché tutte quelle cose (e molte altre) che elencavo in quell’articolo sono reati penali di cui gli autori dovrebbero rendere conto alla Legge, l’intervento minimo che la Confindustria dovrebbe fare è di costituirsi in giudizio come parte civile perché il loro comportamento causa un grave danno di immagine a tutta l’imprenditoria sana.

Fare l’imprenditore è una cosa complessa che non è alla portata di tutti, anche dei più intelligenti.

Valga per tutti l’esempio dell’italiano Antonio Meucci, l’inventore del telefono, che non riuscì a diventare ricco mentre Bell, che gli soffiò il brevetto, costruì un impero miliardario.

L’imprenditore è colui che fa, o tenta, l’impresa.

Deve avere un’idea, mettere in gioco i suoi capitali, investire sul suo futuro (e spesso quello della sua famiglia), produrre merce di qualità, farla conoscere, cercare canali di vendita, contrastare la concorrenza; e poi avere una corretta contabilità, assumere dei lavoratori, rispettarli, istruirli e controllarli; e ancora conoscere le leggi o affidarsi a chi le conosce, costruire linee di credito, fare indagini di mercato, ecc.

Tutto questo va premiato con il guadagno che è tanto più prezioso per la collettività quanto più si trasforma in nuovi investimenti per l’ampliamento, la ricerca, l’innovazione di prodotto e di processo.

L’imprenditore è una persona coraggiosa.

Non è giusto che debba subire la concorrenza sleale di chi fa capitalismo di relazione (ottiene finanziamenti e appalti grazie ad “amicizie”), non rispetta le leggi, ricorre al lavoro nero, inquina, evade o elude le tasse e via delinquendo.

Il problema dell’Italia è che per tanto tempo abbiamo avuto quello che Lenin chiamava “un capitalismo straccione” che non rischia e si aggrappa alle mammelle dello Stato. Così come abbiamo troppe persone che non producono ricchezza ma la accumulano grazie a posizioni di rendita, alla contiguità con il malaffare e a una iniqua tassazione che, invece che essere progressiva, colpisce in maniera molto modesta i patrimoni, perlopiù improduttivi.

Ecco, Presidente Bonomi, per un vero rilancio dell’Italia, faccia in modo che venga valorizzato in pieno il valore sociale di una imprenditoria sana che per fortuna c’è ed è ampia ma soffre più di questa ingiusta concorrenza che di molte altre cose come la burocrazia (che è sicuramente una palla al piede, ma molto spesso è generata dal tentativo di contrastare i comportamenti illegali della parte peggiore degli industriali).

di Angelino RIGGIO

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  1. Condivido completamente questa riflessione! Sarebbe bello e auspicabile recuperare il valore dell’art.1. Il valore del “Lavoro”, che si raggiunge con una imprenditoria di alti valori e capacità, e occorrerebbe aggiungere come destinatari della riflessione anche i sindacati che oggi tutelano preferibilmente categorie e/o singoli lavoratori spesso disonesti e fannulloni per guadagnare “visibilità” politica.

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