2 AGOSTO 1980 ANCORA SULLA STRAGE DI BOLOGNA

MORTI 85, FERITI 200: SONO PERSONE NON SOLO NUMERI!!!

  Alcuni giorni fa ho scritto su questo giornale un articolo sul massacro più sanguinoso avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale, appunto la strage di Bologna.

  Non mi è piaciuto il mio articolo in quanto mi sembrava parlasse troppo poco della gente, si vedessero cadere delle cose non delle persone con le loro gioie, dolori, amori, speranze…

  Il caso ha voluto trovassi un articolo sul “Fatto Quotidiano” del 2 agosto 2020 che parlasse proprio delle vittime con nome, cognome e piccola storia.

Riporto l’articolo.

  Spero non risulti noiosa questa lista.

Invito i lettori a leggere i nomi e i brevi ricordi di tutte le vittime.

Ci costerà una decina di minuti, ma credo sia nostro dovere.

Una lettura del genere l’ho fatta davanti ai 335 fucilati delle Fosse Ardeatine a Roma molti anni fa.

Ho sfiorato tutte le tombe e mentre la mia mano toccava i marmi leggevo piano piano i cognomi, i nomi e l’età dei martiri.

  Consiglio ai lettori di fare la stessa cosa.

Leggete lentamente i nomi dei martiri della Stazione di Bologna e pensate ad ognuna di queste persone alcuni secondi.

Credo lo dobbiamo fare per convinzione e dovere democratico.

  Gianni ZANIRATO

   Antonella Ceci aveva diciannove anni e un fidanzato, Leo Luca Marino.

Il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna era insieme a lui e alle sue sorelle, appena arrivate da Altofonte, provincia di Palermo.

  Antonella e Leo Luca erano andati a prenderle per trascorrere un periodo di vacanza a Ravenna, ospiti della ragazza, che avrebbe dovuto iniziare a lavorare allo zuccherificio di Classe.

Qui, infatti, dopo un diploma di maturità chimico-tecnica, Antonella aveva presentato due volte domanda di assunzione e la seconda ce l’aveva fatta.

Leo Luca, invece, di anni ne aveva ventiquattro e dal 1975 viveva a Ravenna con la sorella maggiore, Giuseppina, che si era trasferita qui dopo il matrimonio.

La loro famiglia era numerosa, otto figli, e il giovane aveva iniziato a lavorare presto come muratore con i fratelli Giovanni e Salvatore.

 Quel 2 agosto 1980, il giovane voleva presentare ad Antonella le future cognate, Angela, ventitré anni, per tutti Angelina, impiegata nello studio di un dentista, e Domenica, ventisei, Mimma, domestica a ore.

  Quando la notizia dell’esplosione giunse ad Altofonte, Salvatore Marino partì subito per Bologna insieme al cognato.

Per prima fu ritrovata la carta d’identità di Mimma e poi dalle macerie riemersero i corpi degli altri tre giovani.

Maria, la madre di Leo Luca, fu colta da un malore e il padre disse che il diavolo l’aveva preso.

Trascorse i successivi vent’anni entrando e uscendo dai reparti psichiatrici degli ospedali.

  Antonella Ceci e i fratelli Marino non furono però l’unica famiglia spazzata via.

Accadde anche a Errica Frigerio, cinquantasette anni, a suo marito, Vito Diomede Fresa, sessantadue, e al figlio quattordicenne, Cesare Francesco.

In attesa di un treno per le vacanze, il ragazzino si era seduto nella sala d’aspetto a leggere un fumetto con la madre, insegnante di Lettere all’Istituto per geometri Pitagora di Bari, e al padre, direttore dell’Istituto di Patologia generale.

Si salvò solo la sorella di Cesare Francesco, Alessandra, studentessa universitaria.

  Poco distante c’erano i Mauri.

Carlo era un perito meccanico di trentadue anni.

Sua moglie, Anna Maria Bosio, ventotto, era una maestra e con loro c’era il figlio, Luca, sei.

Venivano da Como e la vigilia dell’attentato, venerdì 1° agosto 1980, erano partiti in auto da Tavernola, che affaccia sul lago, per raggiungere un villaggio turistico a Marina di Mandria, nel tarantino.

Però, in tarda serata, nei pressi di Bologna erano stati tamponati e la vettura venne portata in un’autofficina di Casalecchio di Reno.

  Trascorsero la notte in macchina e il mattino dopo chiesero a Vittorio, il fratello di Anna Maria, di andare a prenderli alla stazione di Brindisi.

Lui, puntuale, si presentò all’appuntamento e aspettò fino a mezzanotte il loro arrivo.

Inutilmente. 

   Horst Mader era un operaio di trentasei anni che lavorava per le ferrovie tedesche e che veniva da Haselhorf, Westfalia.

Prima di perdere conoscenza, si era messo a scavare a mani nude tra i calcinacci della stazione, alla ricerca della moglie Margret Rohrs, trentanove anni, e dei tre figli, Holger, Eckhardt e Kai, rispettivamente di sedici, quattordici e otto anni.

Si erano sposati nel 1963 e quella era la loro prima vacanza.

Nei quindici giorni precedenti avevano soggiornato in una pensione del Ferrarese, a Lido di Pomposa, e il 2 agosto, di prima mattina, erano ripartiti verso casa.

A Bologna avrebbero dovuto trascorrere un paio d’ore in attesa della coincidenza.

Margret aveva caldo e con i due figli più piccoli entrò nella sala d’aspetto.

Horst la seguì con il maggiore, Holger, e poi decise di ingannare il tempo facendo quattro passi, ma fece appena in tempo a uscire dal locale affollato che la bomba esplose.

L’operaio tedesco non cadde e quando si voltò verso la sala d’aspetto per tornare sui suoi passi vide che non c’era più.

Allora cercò di fare il giro e raggiunse l’ingresso opposto, in piazza delle Medaglie d’Oro, gettandosi sulle macerie.

Il primo che trovò fu Holger, ancora vivo e con le ossa spezzate.

Scavò ancora fino a liberare il figlio, che depose poco lontano, in attesa che lo portassero al policlinico Sant’Orsola.

Poi tornò a cercare gli altri.

Non ci mise molto a trovarli.

Prima Kai, poi Margret e infine Eckhardt.

Per i primi due non c’era più nulla da fare mentre il figlio quattordicenne era in fin di vita e sarebbe sopravvissuto pochi minuti al ricovero.

Di fronte a quella visione, Horst svenne.

Lo portarono all’ospedale Rizzoli, ma chiese subito di andare alla ricerca dei familiari.

Aveva i vestiti a brandelli ed era senza un soldo perché aveva perso il portafogli.

I sanitari, allora, fecero una colletta e raccolsero trecentomila lire affinché Horst potesse acquistare degli abiti e sostenere le spese per l’imprevista permanenza a Bologna.

Nella sua ricerca per gli obitori lo accompagnò un medico italiano che parlava tedesco.

  Quella alla stazione di Bologna è una strage di famiglie sulla via delle vacanze in cui morì anche Sonia Burri, sette anni, che da Bari attendeva un treno per Roma.

I soccorritori impegnati a cercare vittime e sopravvissuti, prima di lei, trovarono la sua bambola rossa.

Sonia si trovava a una manciata di metri dalla bomba, con diversi parenti.

C’erano i suoi genitori, Angelo (sopravvissuto) e Rosalia Serravalli, e la figlia maggiore della donna, Patrizia Messineo, diciotto anni, fresca di diploma in ragioneria e in attesa del padre.

L’esplosione investì anche la zia materna, Silvana, una maestra di Bari di trentaquattro anni, e le sue due bambine, Simona e Alessandra Barbera, che riportarono ustioni e fratture, ma che sopravvissero insieme ai nonni, Luigi e Grazia Serravalli.

Un’altra bambina morta in quella torrida mattina è Manuela Gallon, undici anni.

Attendeva con la madre, Natalia Agostini, quarant’anni, operaia alla Ducati Elettronica, e con il padre Giorgio, saldatore delle ferrovie, un treno per Dobbiaco, in provincia di Bolzano, dove avrebbe soggiornato in una colonia estiva.

Quando l’uomo fu portato in ospedale, gli dissero che la moglie e la figlia erano gravissime e lo prepararono al peggio.

La prima a morire fu Manuela e pochi giorni dopo fu seguita da Natalia.

Era ricoverata nel reparto di rianimazione dell’ospedale Bellaria e il suo cuore si fermò mentre si stavano celebrando le esequie della bambina, vestita con l’abito della prima comunione.

La bomba uccise anche un’altra madre con la figlia.

Si chiamavano Anna Maria Salvagnini, cinquantun anni, e Marina Antonella Trolese, sedici.

La donna, un’insegnante, morì subito mentre l’agonia della ragazza durò dieci giorni, fino al 12 agosto, quando cessò di vivere nell’ospedale di Padova.

Suo padre Luciano sperò fino all’ultimo in un miracolo, ma rimase solo con gli altri due figli, Chiara Elisa e Andrea Pietro.

   Il 2 agosto 1980 avrebbe dovuto rappresentare un nuovo inizio per Elisabetta Manea, sessant’anni, partita da Marano Vicentino alla volta della Puglia con il più giovane dei suoi figli, Roberto De Marchi, ventun anni, una promessa della Volley Sottoriva.

Viaggiavano in una carrozza di prima classe perché Elisabetta aveva subìto da poco un intervento chirurgico.

Abituata al lavoro duro fin da giovanissima, quando era rimasta orfana, aveva cresciuto i cinque fratelli più giovani.

Poi, nel 1970, era rimasta vedova e di nuovo si era rimboccata le maniche per consentire ai figli di scegliere come costruirsi la propria esistenza.

Appreso dell’esplosione, Mario, il figlio di Elisabetta, chiamò il fratello Angelo e si precipitarono a Bologna, dove seppero che era stato ritrovato il corpo di Roberto.

Della madre non c’erano ancora notizie e in serata decisero di raggiungere Jesolo, dove c’era il quarto fratello, per tornare nel capoluogo emiliano tutti insieme.

In tempo per sentirsi annunciare che anche per Elisabetta non c’era stato nulla da fare.

   Quando l’uomo fu portato in ospedale, gli dissero che la moglie e la figlia erano gravissime e lo prepararono al peggio.

La prima a morire fu Manuela e pochi giorni dopo fu seguita da Natalia.

Era ricoverata nel reparto di rianimazione dell’ospedale Bellaria e il suo cuore si fermò mentre si stavano celebrando le esequie della bambina, vestita con l’abito della prima comunione.

La bomba uccise anche un’altra madre con la figlia.

Si chiamavano Anna Maria Salvagnini, cinquantun anni, e Marina Antonella Trolese, sedici.

La donna, un’insegnante, morì subito mentre l’agonia della ragazza durò dieci giorni, fino al 12 agosto, quando cessò di vivere nell’ospedale di Padova.

Suo padre Luciano sperò fino all’ultimo in un miracolo, ma rimase solo con gli altri due figli, Chiara Elisa e Andrea Pietro.

  Vittorio Vaccaro, invece, di anni ne aveva ventiquattro.

Operaio ceramista d’origine siciliana, viveva a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, e si era sposato con Adele, ventidue, da cui aveva avuto una bambina, Linda, quattro anni.

Quel giorno aveva accompagnato la madre, Eleonora Geraci, quarantasei anni, a Bologna perché dalla Sicilia stava arrivando una zia.

A cercare Vittorio ed Eleonora andò il suocero dell’operaio, Celso.

Li trovò all’obitorio.

Dovevano andare a Mestre dopo essere partiti da Brusciano.

Salvatore Lauro, cinquantasette anni, e sua moglie Velia Carli, cinquanta, non avrebbero nemmeno dovuto essere alla stazione di Bologna.

Per il loro viaggio, all’inizio, avevano pensato di prendere l’auto, ma la stanchezza e il traffico vacanziero li avevano convinti che il treno sarebbe stato meglio.

«Se capita una disgrazia, ricordatevi che sono cose da affrontare e da accettare, non da mettere da parte», disse Velia a una dei sette figli, Patrizia, prima di partire.

Una sorta di presentimento che riguardava in particolare i due più piccoli, Gennaro e Francesca.

Un’altra figlia, Aurora, aveva fissato le sue nozze pochi giorni dopo la strage e, se fosse accaduto qualcosa ai genitori, avrebbe dovuto prenderli con lei, crescendoli insieme.

     L’ennesima famiglia presente alla stazione era quella di Angelo Priore, un ottico di ventisei anni che viveva a Messina.

Originario di Pelos, frazione di Vigo di Cadore, nel Bellunese, il giovane stava raggiungendo la moglie Elvira e la loro bambina di quattordici mesi che da un paio di settimane erano in montagna, a casa dei genitori di Angelo.

In viaggio con i suoceri, quando la bomba esplose era nella sala d’aspetto di seconda classe e l’esplosione gli portò via un occhio.

All’ospedale Bellaria lo sottoposero a tre interventi chirurgici al cervello e le sue condizioni apparvero disperate.

Sopravvisse fino all’11 novembre 1980.

   Poco più giovani erano Viviana Bugamelli e Paolo Zecchi.

Entrambi ragionieri, lei aveva ventitré anni e lui stava per compierli.

Si erano sposati nell’ottobre 1979 e avevano appena scoperto che presto sarebbero diventati genitori.

Così, nonostante la necessità di risparmiare, avevano deciso di concedersi una vacanza in Sardegna.

Li attendevano un treno e un traghetto che non presero mai.

Stavano invece per sposarsi Carla Gozzi, trentasei anni, e Umberto Lugli, trentotto.

Erano fidanzati dai tempi della scuola, frequentata a Carpi, e trascorrevano l’anno a lavorare, lui nella merceria aperta con il fratello e Carla in un maglificio del Modenese.

Per le vacanze, nel 1980, avevano scelto le Tremiti e il 2 agosto arrivarono a Bologna di buon’ora con l’auto del fratello di Umberto, che li salutò contento e poi tornò indietro per aprire il negozio.

La più giovane delle vittime della strage di Bologna aveva tre anni.

Si chiamava Angela Fresu e alla stazione era arrivata con la madre Maria, ventiquattro, e un’amica ventunenne, Verdiana Bivona, di Castelfiorentino.

   Venivano da Gricciano di Montespertoli, in provincia di Firenze, e con una terza amica, Silvana Ancillotti, l’unica a salvarsi, erano dirette al lago di Garda.

Per l’occasione, Angela indossava un vestitino nuovo, comprato in vista del viaggio.

Arrivavano dalla Gran Bretagna Catherine Helen Mitchell e John Andrew Kolpinski.

Stavano insieme, avevano ventidue anni e si erano appena laureati all’Università di Birmingham in discipline artistiche.

Quell’estate si erano concessi, sacco a pelo in spalla, un viaggio per l’Europa e in loro memoria è rimasto un albero donato dalla Kinving Geographical Society all’ateneo che avevano frequentato fino a pochi mesi prima.

   Dal Giappone invece veniva Iwao Sekiguchi, vent’anni. Partito da Tokyo, aveva trascorso una settimana a Roma e qualche altro giorno a Firenze.

Dopo l’esplosione, venne trovato il suo diario: «2 agosto: sono alla stazione di Bologna.

Telefono a Teresa, ma non c’è.

Decido quindi di andare a Venezia.

Prendo il treno che parte alle 11:11.

Ho acquistato un cestino da viaggio che ho pagato cinquemila lire.

Dentro ci sono carne, uova, patate, pane e vino.

Mentre scrivo sto mangiando».

Iwao aveva desiderato a lungo quel viaggio, pagato dopo anni di ripetizioni e una borsa di studio del centro di cultura italiana di Tokyo.

   Brigitte Drouhard, ventun anni, era di Seules, in Francia. Amava la poesia e la letteratura italiana e quel giorno era diretta a Ravenna.

Sua madre, Melene Colard Drouhard, per anni ha cercato di mettersi in contatto con chi l’aveva incontrata quella mattina.

Scriveva il 17 novembre 1981: «Signore e signori, vi chiedo se potete darmi il nome e l’indirizzo degli altri francesi o persone residenti in Francia, che si trovavano alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 e che sono stati feriti […].

Può darsi che [Brigitte] abbia parlato a viaggiatori che mi potrebbero dare delle informazioni sugli ultimi istanti di vita di mia figlia».

 Aveva ventitré anni lo spagnolo Francisco Gomez Martinez.

Lavorava in un’azienda tessile di Sentmenat, vicino a Barcellona, e non aveva potuto permettersi di frequentare l’università.

Ma le sue passioni erano la storia antica e l’arte classica.

Così, per tutto l’anno, risparmiava e d’estate partiva per visitare i luoghi che studiava in solitudine.

A Bologna, l’esplosione lo travolse mentre stava scendendo da un treno.

Loredana Molina, quarantaquattro anni, viaggiava con il figlio tredicenne, Paolo Sacrati, e la suocera, Angelica Tarsi, settantadue.

Erano stati accompagnati alla stazione da Dario, il padre di Paolo, che era andato a parcheggiare, e alle 10:55 sarebbero dovuti partire per Ancona.

Di lì avrebbero proseguito per Ostra.

Intanto si erano messi all’ombra sotto la pensilina del primo binario.

Solo Paolo è sopravvissuto.

Vincenzina Sala, cinquant’anni, e il marito Umberto Zanetti erano alla stazione in attesa del ritorno da Basilea della figlia Daniela, che viaggiava con il marito, Paolo Bolognesi.

In Svizzera era stata sottoposta a un intervento chirurgico e sapeva che con i nonni l’aspettava anche il suo bambino, Marco, sei anni, oltre alla suocera, Bruna.

Vincenzina morì all’istante e il bambino venne ferito così gravemente che il padre lo riconobbe da una voglia sull’addome.

   Con Vincenzina morì anche una sua coetanea, Berta Ebner, che arrivava da San Leonardo di Passiria, in provincia di Bolzano.

Era una casalinga nata l’8 febbraio 1930 e fu tra i tre altoatesini coinvolti nella strage.

Rimasero infatti feriti nell’esplosione un ragazzino di quattordici anni, Giuseppe Soldano, che viveva vicino a Merano, e una bambina di undici, Sonia Zanotti, di Ortisei, che per anni dovette sottoporsi a interventi chirurgici.

Il suo sogno di diventare una campionessa di sci fu così cancellato.

Vincenzo Lanconelli, cinquantun anni, era invece in partenza per Verona.

Arrivava da Bagnacavallo, in Romagna.

Dopo una vita di lavoro trascorsa all’ispettorato del Lavoro di Ravenna, da pensionato aveva deciso di prendersi una seconda laurea in Giurisprudenza dopo quella in Economia e aprire uno studio di consulenza.

Nei suoi piani, per quella serata, c’era un concerto di musica lirica all’Arena.

   In pensione era anche Romeo Ruozi, cinquantaquattro anni.

Originario di Reggio Emilia, viveva a Bologna.

Alle 11:58 sarebbe arrivata da San Donà di Piave la figlia trentenne, Valeria, che avrebbe trascorso qualche ora con i genitori e poi sarebbe ripartita con la sorella Roberta, quattordici anni, reduce da un brillante esame di terza media.

Romeo era in grande anticipo e la moglie Giuseppina, che lo attendeva a casa, sperò che dopo l’esplosione le telefonasse per dirle che stava bene.

Il corpo dell’uomo fu rintracciato da lei e dai figli solo in serata, tra le cinque salme portate al Maggiore e non ancora riconosciute.

    Aveva cinquantaquattro anni anche Amorveno Marzagalli, di Omegna (Novara, ora Verbano Cusio Ossola).

Il 1° agosto 1980 era giunto in auto con la moglie Maria e il figlio Marco, uno studente di medicina di venticinque anni, al Lido degli Estensi, nel Ferrarese.

Il giorno successivo, in treno, si era rimesso in viaggio per raggiungere il fratello a Cremona e poi, a bordo di una pilotina, sarebbero ridiscesi verso l’Adriatico.

Non fu possibile stabilire con esattezza dove Amorveno si trovasse al momento dello scoppio.

Fu ritrovato all’obitorio.

Il suo corpo era stato contrassegnato con il numero 11.

   A Cremona stava andando anche il reggino Francesco Antonio Lascala, cinquantasei anni, in pensione dopo una vita trascorsa come centralinista alle Ferrovie dello Stato.

Stava andando a casa della figlia Vincenza, che si era trasferita nella città lombarda dopo il matrimonio, e a Bologna il suo treno era giunto con tre ore di ritardo.

Così, intorno alle 9:30, aveva chiamato a casa perché riferissero a Vincenza di non preoccuparsi, se non lo avesse visto alla stazione d’arrivo.

     Per Rosina Barbaro, cinquantotto anni, e per suo marito, Luigi Montani, quella era la prima vacanza senza la figlia, Annamaria, ventinove anni.

Avevano scelto il treno per andare a Pesaro e camminavano sul primo binario tenendosi per mano.

La bomba li sorprese mentre stavano per entrare al bar.

   Per Rosina non ci fu scampo e la figlia, il giorno dei funerali, rifiutò di stringere la mano al Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

«Non volevo assolutamente offendere l’uomo, non gli ho voluto stringere la mano semplicemente perché ho visto in lui il rappresentante di questo Stato». 

   Lina Ferretti era una casalinga di cinquantatré anni che viveva a Livorno con il marito Rolando Mannocci, ferroviere, e con i figli, Maurizio e Paola.

A lei fu dedicata una via perché non fosse dimenticata una «vittima della strage di Bologna», com’è stato scritto sulla targa che riporta il suo nome. 

   Irene Breton, sessantun anni, veniva invece dalla Francia e il marito fu tra i primi a dichiarare che la sua famiglia si sarebbe costituita parte civile al processo contro chi aveva provocato quel massacro.

   E anche dalla Repubblica di San Marino ci fu chi si mosse in memoria del preside Pietro Galassi, sessantasei anni, che, dopo la laurea in Matematica e fisica, si era trasferito a Viareggio, dove aveva iniziato a lavorare come insegnante.

   Tra le vittime della strage di Bologna, oltre a turisti e viaggiatori, ci sono tanti lavoratori.

   Katia Bertasi, trentaquattro anni, era impiegata a poche decine di metri dal padre Fulvio, maresciallo della Polfer.

Era stata assunta dalla società di ristorazione Cigar, che gestiva il bar e il ristorante della stazione, e da poco era diventata madre per la seconda volta.

Quando ci fu l’esplosione, Fulvio Bertasi era in servizio e vide che a essere colpita era l’ala in cui lavorava la figlia.

Quando chiamò i soccorsi, urlò che mandassero quanti più uomini e mezzi possibili.

Poi si precipitò verso le macerie e iniziò a scavare.

  Alla Cigar era impiegata anche Mirella Fornasari, trentasei anni, che avrebbe già dovuto essere in vacanza con il marito.

Ma quell’anno la partenza era stata rimandata al 12 agosto.

Con Katia e Mirella, lavorava anche Euridia Bergianti, quarantanove anni, e all’elenco delle colleghe morte nella strage va aggiunta Nilla Natali, venticinque, che di lì a poco avrebbe dovuto sposarsi.

La più giovane delle dipendenti della Cigar uccise dalla bomba è Franca Dall’Olio, vent’anni.

Era stata assunta quattro mesi prima per occuparsi del controllo della merce in consegna.

Rita Verde, infine, di anni ne aveva ventitré e anche lei era prossima alle nozze.

    Era un ferroviere invece Onofrio Zappalà, ventisette anni, nato a Sant’Alessio Siculo (Messina).

Dopo l’assunzione avrebbe dovuto lavorare alla stazione di Porretta Terme, sull’Appennino, e per un po’ era stato assegnato allo scalo bolognese di San Donato.

Al momento dell’attentato aspettava un treno che lo portasse lì e intanto con la testa era già al giorno dopo, al 3 agosto, quando avrebbe rivisto la fidanzata danese, Ingeborg, ventidue anni, una maestra d’asilo che studiava Pedagogia a Copenaghen.

Il 3 agosto 1980, ad attenderla a Bologna, c’era un agente della polizia ferroviaria che le diede la notizia.

La ragazza proseguì alla volta della Sicilia, ospite della famiglia di Onofrio, e qui rimase fino ai funerali del fidanzato.

   Anche Gaetano Roda, nato a Mirabello, in provincia di Ferrara, trentun anni prima, era un ferroviere.

Da poco era stato assunto come capostazione e stava seguendo un corso di formazione a Bologna.

Quando esplose la bomba, era sulla banchina del primo binario e l’onda d’urto lo schiacciò contro il convoglio per Basilea che attendeva di partire.

La violenza dell’urto fu tale da piegare in due le chiavi che Gaetano custodiva nella tasca della giacca.

    Argeo Bonora, quarantadue anni, era un altro ferroviere, ma quel giorno non era alla stazione di Bologna lavoro.

Stava andando dalla madre, a Saletto di Bentivoglio.

La vedeva di rado e quel giorno decise di muoversi da solo, senza portare con sé nessuno dei cinque figli, tre gemellini di due anni, uno più grande di sette e la primogenita di dodici. 

   Antonino Di Paola, trentadue anni, invece da anni lavorava per la Stracuzzi, società specializzata in apparecchiature elettriche per la segnalazione ferroviaria.

Il 2 agosto era alla stazione di Bologna con un amico, Salvatore Seminara, catanese di trentaquattro anni, ed entrambi aspettavano il fratello di quest’ultimo, Giuseppe, che stava arrivando da Vercelli per godersi due giorni di licenza dal servizio militare.

Il suo treno però, annunciato per le 10:15, era in ritardo e così Antonino e Salvatore si erano rassegnati ad attendere trovando posto nella sala d’aspetto di seconda classe.

Morirono entrambi.

    Fausto Venturi, trentotto anni, faceva invece il tassista e la mattina dell’esplosione era in servizio nel trafficato piazzale che si apre uscendo dalla stazione di Bologna.

Aveva ripreso a lavorare il giorno prima, quando era rientrato da un periodo di cura a Chianciano.

Donatore di sangue all’Avis, avrebbe dovuto svolgere anche una commissione: un’infermiera gli aveva affidato una busta con un’offerta per i padri salesiani di Bologna.

Così Fausto contava di finire il turno, iniziato alle 8:00, e poi di adempiere il compito che gli era stato affidato.

    Ci fu un altro tassista che morì a causa dell’attentato del 2 agosto 1980.

Era Francesco Betti, quarantaquattro anni, di San Lazzaro di Savena, un comune alle porte di Bologna.

Nato a Marzabotto, viveva con la moglie, Guerrina Baldazzi, e con il figlio Federico, due anni.

Il quale, quando vedeva il taxi del padre, esclamava sempre: «Giallo, papà», riferendosi al colore dell’auto con cui lavorava.

Dopo la bomba, quando i colleghi andarono a casa sua, il bambino disse solo «giallo».

Flavia Casadei, diciotto anni, voleva diventare un’artista.

Partita di buon’ora da Rimini, dove aveva frequentato il quarto anno al liceo scientifico Serpieri, andava a Brescia dallo zio.

Qui avrebbe dovuto incontrare un pittore per sottoporgli i suoi disegni.

Alla ricerca di un posto a sedere nell’affollata sala d’aspetto di seconda classe, si era infilata in quella di prima.

Quando un militare la liberò dalle macerie, era viva, ma le ferite erano troppo gravi.

Accanto a lei, c’era un giovane che arrivava da Asti e viaggiava insieme a un amico che sopravvisse, Franco Ponchione.

Si chiamava Mauro Alganon, e il 19 agosto avrebbe compiuto ventidue anni.

Era l’ultimo di tre figli e per vivere faceva il commesso di una libreria.

Era in ferie da una settimana e stava viaggiando alla volta di Venezia dove contava di scattare quante più fotografie possibile, la sua passione.

   Quasi coetaneo era il barese Giuseppe Patruno.

Con Antonio, il fratello minore, avevano trascorso qualche giorno a Rimini, ospiti di amici.

Qui avevano conosciuto tre ragazze straniere che il 2 agosto 1980 accompagnarono in auto alla stazione di Bologna.

Giuseppe era più avanti di qualche metro, abbastanza da morire, mentre l’esplosione risparmiò gli altri.

   Rossella Marceddu, diciannove anni, veniva da Prarolo, in provincia di Vercelli, e studiava per diventare assistente sociale.

Voleva lavorare con i bambini disabili e avrebbe dovuto raggiungere in Liguria, a Nervi, il fidanzato.

Intanto aveva trascorso qualche giorno a Lido degli Estensi con la famiglia.

   Quando la bomba esplose, era sul quarto binario con un’amica, Arianna Raccanelli.

In attesa del treno per Milano, Rossella si era offerta di andare al bar a prendere qualcosa da bere.

Arianna sopravvisse e fu lei a chiamare la famiglia dell’amica per avvertirla della bomba esplosa poco prima.

   Davide Caprioli era invece un aspirante commercialista di Verona.

Aveva vent’anni e aveva trascorso qualche giorno ad Ancona, dove abitava la sorella Maria Cristina.

Quella sera avrebbe dovuto suonare in Veneto e così aveva preso un treno facendo scalo a Bologna, in attesa della coincidenza. 

  Vito Ales veniva da Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo.

Era un operaio specializzato ed era abituato a darsi da fare.

Tanto che quell’estate, prima di lasciare la Sicilia, aveva trebbiato i campi del padre di un amico, morto improvvisamente.

Poi era partito per Cervia, dove avrebbe lavorato come stagionale.

Di passaggio a Bologna, stava camminando sul primo binario.

  Lì c’era anche un avvocato di quarantaquattro anni specializzato in diritto del lavoro.

Si chiamava Mario Sica, era nato a Roma e da qui se n’era andato per prendere servizio nell’ufficio legale della Fiat di Torino.

Poi, nel 1963, si era presentata un’opportunità a Bologna, all’Atc, l’azienda dei trasporti, e l’aveva accettata trasferendosi qui con la moglie Grazia e con i tre figli, Myriam, Davide e Simone.

Una vita tranquilla, fino al 2 agosto 1980, quando era andato alla stazione perché stava arrivando sua madre, Anna.

Quando la bomba esplose, era accanto alla sala d’aspetto di seconda classe.

    Pier Francesco Laurenti, quarantaquattro anni, aveva appena chiuso una telefonata quando tutto gli crollò addosso.

Arrivava da Rimini, dove aveva trascorso quindici giorni di ferie, ed era diretto a Parma, dove avrebbe passato il resto della giornata con alcuni amici per spostarsi ancora di qualche chilometro il giorno dopo.

Era infatti atteso a Berceto, dove la madre e la zia erano indaffarate nei preparativi per la festa del patrono.

Durante l’anno, Pier Francesco era sempre al volante per impegni di lavoro.

Laureato in Giurisprudenza, era impiegato in una compagnia di assicurazioni di Padova e i chilometri che macinava non li contava neanche più.

Così, per quella vacanza, aveva scelto il treno. Roberto Procelli, ventun anni, invece stava tornando a casa, a San Leo di Anghiari, una quarantina di chilometri da Arezzo.

Al momento della deflagrazione, si stava avvicinando a una cabina telefonica per avvertire il padre del suo arrivo.

Fu il primo a essere identificato perché al collo portava la piastrina militare che gli era stata assegnata quando il 13 maggio 1980 aveva iniziato il servizio di leva, che svolgeva a Bologna presso il 121° battaglione di artiglieria leggera.

Un’altra delle vittime si chiamava Maria Angela Marangon, ventidue anni.

Era nata il 30 marzo 1958 a Rosolina, in provincia di Rovigo e lavorava a Bologna come baby-sitter.

Quel giorno era in attesa di un treno che l’avrebbe riportata a casa per le vacanze.

Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano, arrivava dalla Gran Bretagna dov’era andato a cercare un lavoro.

Qualche giorno prima di morire aveva scritto sul suo diario di viaggio: «Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Faccio un giro e tre ore passano subito. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte».

Ma poi era stato respinto perché male in arnese. Deluso, era ripartito per l’Italia e a Roma la sua famiglia non immaginò che Mauro potesse essere in mezzo ai corpi estratti dalle macerie.

Poi il 10 agosto giunse una telefonata che informava i parenti che la carta d’identità di Mauro Di Vittorio era stata ritrovata tra i calcinacci.

  Anche Sergio Secci, come Mauro, aveva ventiquattro anni e doveva andare a Bolzano, dove lo attendeva la compagnia Teatro di Ventura.

Originario di Terni, era partito da Forte dei Marmi ed era il figlio di Torquato, l’uomo che dal 1981 e per i successivi quindici anni, fino alla sua morte, sarebbe stato il primo presidente dell’associazione delle vittime.

Sergio si era laureato a Bologna al dams con una tesi sull’esperienza del Bread and Puppet Theater andando fin negli Stati Uniti per raccogliere la documentazione che gli serviva.

L’esplosione non lo uccise sul colpo, ma lo dilaniò al punto che all’ospedale Maggiore, per chiedergli come si chiamava, gli fecero vedere tanti foglietti quante sono le lettere dell’alfabeto.

Quando davanti agli occhi arrivava quella giusta, lui muoveva la testa.

In quel modo i soccorritori ottennero indirizzo e numero di telefono dei genitori.

    Roberto Gaiola, venticinquenne di Vicenza, aveva iniziato a lavorare a undici anni e, nel tempo libero, leggeva libri di sociologia.

Voleva capire i cambiamenti degli anni Settanta, ma per qualche anno si perse nelle spire della tossicodipendenza.

Quando decise di smettere, era il 1977 e lo presero in cura all’ospedale Maggiore di Bologna, dove si recava un paio di volte a settimana.

Per questo il 2 agosto 1980 era dalla stazione, pronto a salire sul treno che l’avrebbe riportato a casa. 

   Pio Carmine Remolino, trentun anni, viaggiava da solo.

Era nato a Bella, in provincia di Potenza, e per due anni visse in Germania, da cui rientrò per il servizio militare.

Poi, nel 1976, era andato a vivere a Ravenna arrangiandosi con lavori saltuari come muratore o cameriere.

Era un solitario e la sua famiglia non sapeva dove fosse.

Perciò, quando due giorni dopo l’esplosione giunse a Baragiano una telefonata, per tutti fu un fulmine a ciel sereno. 

     Mirco Castellaro, trentatré anni, era un padre di famiglia.

Era nato a Pinerolo, in provincia di Torino, e lavorava per la Vortex Hydra di Fossalta di Copparo, nel ferrarese.

Stimato da colleghi e superiori, aveva iniziato una carriera che l’aveva già portato ad assumere il ruolo di capoufficio.

Nel frattempo, si era sposato con Luciana e aveva un bambino di sei anni.

   Figli piccoli – quattro in questo caso – e una moglie aveva un altro trentatreenne, Nazzareno Basso, che da Ferrara si era trasferito a Milazzo, dove lavorava come insegnante.

Cinquanta minuti prima della strage aveva telefonato ai suoceri, a Caltana, nel veneziano, dove c’era la sua famiglia.

«Sto arrivando», disse alla moglie Ines.

   Paolino Bianchi aveva trascorso i quarantanove anni della sua vita impegnandosi fino in fondo in due attività: il lavoro, prima nei campi e poi come muratore, e la cura dell’anziana madre.

Ogni anno si concedeva un’unica evasione: qualche giorno ad Arco di Trento, sul Garda.

Il 2 agosto 1980 era uscito di prima mattina dalla sua casa di Castello di Vigarano Mainarda, in provincia di Ferrara, ed era a Bologna in attesa della coincidenza.

Paolino aveva l’abitudine di chiamare all’arrivo, ma quella sera il telefono non squillò.

   Viveva da tanto tempo a Bologna, anche se pure lui aveva origini ferraresi.

Era di Santa Maria Codifiume la più anziana delle vittime.

Si chiamava Antonio Montanari, aveva ottantasei anni e ogni volta che poteva tornava nei luoghi da cui proveniva e in cui abitavano ancora i suoi fratelli.

La mattina del 2 agosto era andato all’autostazione per prendere nota degli orari e poi si era messo vicino al portico di fronte alla stazione, in attesa del bus.

Antonio fu scaraventato a terra e rimase ferito, soprattutto alle gambe.

Era ancora vivo quando fu visto da un conoscente, Giorgio Testa, che lo soccorse portandolo all’ospedale.

Dove, nonostante le cure, non sopravvisse.

  Ferrarese era anche Vincenzo Petteni, trentaquattro anni.

Un paio d’anni prima, aveva parlato con la moglie Katia di cambiare lavoro.

Faceva il direttore in un hotel, ma voleva mettersi in proprio.

Così era diventato un commerciante di capi d’abbigliamento.

La fatalità, per lui, coincise con la decisione di concedersi una breve vacanza in Tunisia con un amico.

Gli aerei, però, prenotati da tempo, erano pieni e allora i due pensarono di usare il treno per iniziare a spostarsi.

Trasportato al policlinico Sant’Orsola Malpighi, sopravvisse per quattordici giorni.

Poi, però, sopraggiunsero complicazioni e un’infezione polmonare.

Così, anche per lui, non ci fu nulla da fare.

 Grazie a chi ha voluto condividere con me il ricordo di tante vittime innocenti: il fascismo è sempre vicino a noi, cambia sempre vestito ma rimane sempre lo stesso.

  Magari l’autocandidato nuovo Duce cita le frasi di Mussolini durante i comizi, si propone ad avere i pieni poteri, prima odiava i meridionali, si trova bene al Papeete, non si mette la mascherina, partecipa alle manifestazioni con elementi della destra estrema non si ricorda più dove ha messo 49 milioni di euro rubati a noi contribuenti….

 Ricordiamoci che la bomba alla stazione di Bologna fu fascista: riconosciuto dalla magistratura italiana.

E voi, imparate che occorre vedere

e non guardare in aria; occorre agire

e non parlare.Questo mostro stava

una volta per governare il mondo!

I popoli lo spensero, ma ora non

cantiam vittoria troppo presto

il grembo da cui nacque è ancora fecondo

(Bertolt Brecht)

di Gianni ZANIRATO

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