QUELLA NOTTE DI NATALE IN CUI CANTARONO PER LA PRIMA VOLTA “FISCHIA IL VENTO”

LA STAMPA 24 dicembre 2020

«”Andiamo giù in paese a cantarla, comandante?”…Tutti in fila, silenziosamente, i ragazzi scendono verso il paese, una piccola frazione che si chiama Curenna, arrampicata sul costone. Hanno deciso, a modo loro, di fare un regalo alla gente di lì, che non solo li ha accolti con due pentoloni di castagne, ma che ha già detto al comandante che il giorno dopo, per quello che potrà, inviterà tutti i partigiani a pranzo a casa, rischiando e non poco se i fascisti e i tedeschi lo venissero a sapere. Aspettano l’ite missa est della messa di mezzanotte e quando si apre la porta della chiesa loro cominciano a cantare. Magari un po’ stonata, ma è la prima esecuzione di Soffia il Vento, come c’è scritto sul taccuino del dottore. Ascoltano in silenzio, stupiti, le donne e gli uomini di Curenna. La canzone viene eseguita due volte, perchè Ivan la canta orgoglioso anche in russo». Nel suo libro «Fischia il vento – Il canto dei ribelli» la giornalista e scrittrice ligure Donatella Alfonso ha raccontato una storia di Natale speciale: quella della prima volta in cui venne cantata «Fischia il vento», poi diventata l’inno delle Brigate Garibaldi. Era la notte di Natale del ‘43, nella piccola frazione Curenna di Vendone, sulle colline immerse negli olivi dell’entroterra di Albenga. Donatella Alfonso scrive oggi: «E’ la storia di Natale che più mi ha emozionato scrivere. Perché racconta comunità, speranza, passione».

Il testo della canzone fu scritto da Felice Cascione, capo partigiano originario d’Imperia, che fu ucciso ad Alto. E proprio nel piazzale della chiesa del paesino, nell’Epifania ’44, l’inno partigiano venne diffuso per la prima volta ufficialmente. Lì, nei prati della micro-comunità, l’ultima della provincia di Cuneo, oltre la collina che guarda al mare di Albenga, il 27 gennaio di 76 anni fa Cascione fu trucidato dai fascisti.

Il sindaco di Alto (dove la prima domenica di agosto salgono i partigiani da Piemonte e Liguria per la commemorazione), Renato Sicca, adesso aggiunge: «Era la notte di Natale del 1943. La guerra è lontana, per fortuna, ma la pandemia ci ha fatto vivere giorni duri. Ma torneremo a cantare, sempre». A «Fischia il vento» Alto ha dedicato una via, probabilmente l’unica in Italia.

LA STORIA del «MEGU»

Felice Cascione, capo partigiano medico, nome di battaglia «U Mégu», era l’autore del testo di «Fischia il vento». Dove cadde c’è un cippo: un basamento di pietra sotto una colonna sbrecciata. Medaglia d’oro al valor militare, «U Mégu» venne descritto da Italo Calvino, che ventenne si era unito alla sua formazione: «Il tuo nome è leggenda, molti furono quelli che infiammati dal tuo esempio s’arruolarono sotto la tua bandiera».

Il medico di Imperia (nato a Porto Maurizio nel 1918) entrò nella Resistenza a capo di una brigata, a Diano. Si aggregò a loro anche Giacomo Sibilla, nome di battaglia «Ivan». Era reduce dalla Campagna di Russia e lungo il Don aveva imparato la melodia popolare «Katjuša». Su quelle note il gruppo adattò i versi scritti da Felice al tempo dell’università: «Fischia il vento, infuria la bufera / scarpe rotte eppur bisogna andar / a conquistare la rossa primavera / dove sorge il sol dell’avvenir».

Il 27 gennaio ’44 Felice fu colpito in uno scontro, ma rifiutò di essere soccorso, per rimanere con i suoi. Mentre un compagno veniva torturato perché rivelasse chi fosse il comandante, «U Mégu» riuscì ad alzarsi e gridare: «Il capo sono io». Cadde, racconta la motivazione della Medaglia d’oro, «crivellato di colpi».

«Fischia il vento». Lo storico Roberto Battaglia («Storia della Resistenza») la ricorda come la «canzone più nota nella lotta italiana di Liberazione». Poi intramontabile, rimasta nella storia di mezzo secolo di musica. Con le voci di Milva. I Gufi. Duo di Piadena. Maria Carta. Skiantos. Gang. Modena City Ramblers. Marc Ribot. — 

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