QATAR 6500 MIGRANTI SONO MORTI LAVORANDO ALLA PREPARAZIONE DEI MONDIALI DEL 2022

Costretti a lavorare a temperature vicine ai 50 gradi, spesso senz’acqua, soggetti a punizioni corporali e a vivere in condizioni disumane.

Durante la costruzione delle grandi opere per ospitare la Coppa del mondo si è consumata un’ecatombe.

Da quando nel 2010 il Qatar ha vinto la selezione per ospitare i Mondiali di calcio del 2022, più di 6500 lavoratori migranti sono morti a causa delle pessime condizioni di vita e di lavoro in cui sono costretti a operare.

I dati provengono dalle analisi delle ambasciate di India, Pakistan, Nepal e Bangladesh, i paesi da cui proviene la gran parte dei migranti economici che risiedono in Qatar, e secondo le analisi del quotidiano The Guardian potrebbero addirittura essere ottimistici.

Secondo le statistiche, negli ultimi 10 anni sono morti circa 12 lavoratori provenienti da questi paesi ogni settimana.

Dal 2010 in Qatar è cominciata la costruzioni di numerose grandi opere: un nuovo aeroporto, strade, hotel, stadi e di un’intera nuova città che ospiterà la finale della competizione sportiva.

Gran parte dei lavoratori migranti in Qatar, circa un milione sui due milioni totali, è impiegata nell’edilizia e si è trasferita nel paese a seguito della sua scelta come paese ospite della Coppa del mondo.

Già nel 2013 un’inchiesta aveva svelato le pessime condizioni di moltissimi operai impiegati nell’emirato: secondo la ricostruzione, i lavoratori erano costretti a lavorare a temperature vicine ai 50 gradi, senza avere libero accesso a fonti d’acqua, ricevendo in ritardo – o non ricevendo del tutto – il proprio compenso e subendo punizioni corporali in caso di lamentele.

Inoltre era stata denunciata la pratica, da parte dei datori di lavoro, di sequestrare i documenti dei lavoratori, rendendoli praticamente dei clandestini e costringendoli ad accettare qualunque sopruso per poter riottenere i propri visti e passaporti.

All’origine di questo trattamento disumano risiede il sistema della kafala, denunciato da molte organizzazioni a sostegno dei diritti umani come una forma di moderna schiavitù.

Questa regolamentazione prevede che il datore di lavoro abbia forti tutele legali per poter controllare i lavoratori migranti che fa entrare nel proprio paese.

Tra queste ci sono forti restrizioni sulla possibilità di cambiare impiego, senza aver ottenuto il permesso del datore di lavoro, sulla facoltà di dimettersi e perfino sulla possibilità di lasciare il paese senza permesso.

A seguito delle ripetute denunce a livello internazionale e delle indagini dell’Organizzazione mondiale del lavoro o di Ong come Amnesty International, il Qatar ha finalmente abolito la kafala a settembre del 2020.

Sfortunatamente troppo tardi per salvare la vita ai 6500 operai già deceduti negli ultimi 10 anni.

Inoltre, il conteggio totale potrebbe essere molto più alto.

Infatti nel report, oltra ai dati relativi agli ultimi sei mesi del 2020, mancano anche i dati di altri paesi, come le Filippine e il Kenya, che hanno un elevato numero di migranti in Qatar.

I migranti rappresentano circa il 70% della popolazione del Qatar e il 94% della sua forza lavoro, è quindi purtroppo probabile che il numero di decessi possa essere molto più alto.

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