ANTONIO GRAMSCI: «ODIO GLI INDIFFERENTI. VIVERE SIGNIFICA PARTECIPARE»

L’11 febbraio 1917 il filosofo comunista, fondatore del Pci, scrive un testo destinato a rimanere nella storia

Antonio Gramsci è “uno dei più originali pensatori dei nostri tempi, il più grande degli italiani dell’epoca nostra, per la traccia incancellabile che col pensiero e coll’azione egli ha lasciato”. Così lo definiva Palmiro Togliatti. 

“La figura di Antonio Gramsci è di quelle che ingrandiscono a misura che si allontanano nel tempo. – scriveva Giuseppe Di Vittorio nel primo anniversario della morte su La Voce degli italiani del 27 aprile 1938 – Onorando la memoria del martire, al quale i figli più eletti di tutti i popoli rendono il più commosso omaggio, noi abbiamo la certezza di esprimere l’intimo sentimento, non già d’un partito, ma di tutto il popolo italiano, che intravide in Gramsci il grande condottiero capace di guidarlo sulla via della riscossa e della vittoria.  (…) Nessuno aveva mai analizzato con eguale profondità ed acutezza di Antonio Gramsci, la composizione della società italiana, in tutti i suoi elementi costitutivi, nelle sue classi, nei suoi ceti intermedi, nella dinamica dei rapporti intercorrenti fra di loro; nessuno ne aveva mai determinato con eguale precisione i vizi fondamentali, le ingiustizie rivoltanti e le gravi conseguenze che ne derivano per il popolo e la nazione italiana, e ne imbrigliano lo slancio, ne ostacolano lo sviluppo e ne paralizzano lo sforzo progressivo. Ma Antonio Gramsci non era un contemplatore, né il freddo scienziato che limiti la sua soddisfazione alla esattezza della diagnosi. Antonio Gramsci rappresentava la sintesi più completa dello scienziato scrupoloso, dell’uomo d’azione, del capo rivoluzionario. Determinato il male di cui soffre la società italiana ed il suo popolo, Gramsci si applica con eguale passione ad indicarne i rimedi”.

E come un medico procedeva, secondo Di Vittorio: “Dopo la diagnosi, la cura, l’operazione chirurgica che deve guarire e rigenerare l’Italia, spezzando l’involucro pesante che costringe il suo popolo ad uno stato insopportabile di miseria, di arretratezza e d’ignoranza, fra residui abbondanti di feudalismo e di servaggio, specialmente nel Mezzogiorno e nella sua Sardegna. Lo studio profondo dei mali e del marcio di cui è minata alla base la società italiana, e dei mezzi occorrenti per costruirne una nuova, fondata sulla giustizia sociale, sulla libertà, su dei principi che assicurino al paese il massimo sviluppo economico, civile e culturale, ha condotto Antonio Gramsci a identificare nella classe operaia la classe sfruttata più forte, più omogenea e più rivoluzionaria, capace di porsi all’avanguardia del popolo e di costruire la nuova società, non già per liberare soltanto se stessa, ma per liberare tutto il popolo, tutta la società, dalle catene secolari del capitale. Antonio Gramsci fu incontestabilmente il più profondo studioso delle teorie di Marx, di Engels e di Lenin; fu il più grande marxista che abbia avuto l’Italia, quello che meglio d’ogni altro seppe trarne gli insegnamenti concreti e che compì i più grandi sforzi per applicarne il metodo alla situazione del nostro paese. Divenuto capo del Partito della classe operaia, Antonio Gramsci seppe vivere fra gli operai, seppe parlare con loro, seppe apprendere da loro e seppe dar vita al più interessante movimento unitario creato dalla classe operaia italiana, sia per la sua forma originale d’organizzazione che per la precisione e l’ampiezza dei suoi obbiettivi: i Consigli di Fabbrica. Capo di un Partito operaio, Gramsci portava un interesse appassionato alla situazione dei contadini, dei braccianti, degli artigiani, dei piccoli commercianti, dei tecnici e degli intellettuali, di tutti gli strati del nostro popolo (…) Il fascismo aveva compreso quale grande capo aveva in Antonio Gramsci il popolo italiano, e glielo rapì, assassinandolo gradualmente, freddamente, in oltre dieci anni di lento e sistematico supplizio (…)”.

“Vivere significa partecipare e non essere indifferenti a quello che succede” scriveva Antonio Gramsci su La città futura l’11 febbraio 1917. Un testo attuale ancora oggi, soprattutto oggi.

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Parole sulle quali riflettere e dalle quali – magari – ripartire.

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