“IO, PESTATO NELLA CASERMA DI BOLZANETO. TRA LE RISATE DEI POLIZIOTTI E LE URLA DI DOLORE DEGLI ALTRI RAGAZZI”

Il racconto delle violenze subite nei giorni del G8 di Genova del 2001. “La cosa peggiore è sentire quello che stavano subendo gli altri arrestati”

Il 21 luglio 2001 vengo arrestato dalla polizia e portato nella caserma di Bolzaneto.

È mezzogiorno e nell’aria sono svanite le nuvole di lacrimogeni del giorno precedente, quando un colpo di pistola sullo zigomo ha ucciso Carlo Giuliani.

Confesso che non conoscevo bene la storia del G8, prima di andare a Genova a protestare contro il suo ventisettesimo vertice.

Se guardo le facce dei leader di allora, oltre a Berlusconi mi appare il suo amico, il sempiterno Putin, gli sconosciuti (a me tuttora) Koizumi e Chrétien (rappresentanti rispettivamente del Giappone e del Canada), il francese Chirac e il suo centro-destra lontanissimo dagli standard estremi della destra europea attuale, Gerhard Schröder e Tony Blair, simili a souvenir di una sinistra vincente che non ha più vinto forse proprio a causa della loro eredità (tutto ciò è volutamente ambiguo, anche perché ci vorrebbero diverse centinaia di pagine per gettare luce sull’argomento), e poi George W. Bush che da lì a poco traghetterà gli Stati Uniti nel terzo millennio privando milioni di uomini, donne e bambini di scuola, sanità e sicurezza – oltre a ucciderne centinaia di migliaia, alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq e Afghanistan (a proposito: in compagnia del leader della sinistra della terza via, Tony Blair).

Sembra incredibile a raccontarla così, ma per giustificare l’invasione militare inventarono la presenza di armi chimiche o batteriologiche in Iraq e in molti credettero veramente a questa storia, e con “molti” intendo politici, giornalisti, professori, persone che in teoria dovrebbero avere dimestichezza con certi giochini di guerra governativi.

Gli Stati Uniti non crearono un casus belli iconico come la defenestrazione di Praga, né romantico quanto il ratto di Elena, ma nemmeno tentarono di infilare di soppiatto un paio di bombe sporche nella cantina di Saddam Hussein.

Le forze dell’ordine italiane a Genova, invece, cercarono di fare proprio così.

La scuola Diaz era un edificio che il comune di Genova aveva dato in gestione ai manifestanti.

La sera del 21 luglio alcuni di loro lo usarono per farsi una dormita prima di tornare a casa.

Quando la polizia irruppe, piazzò delle bottiglie molotov per mostrare che coloro che poi massacrò erano individui violenti, famigerati black bloc che per due giorni si erano dedicati alla meticolosa distruzione di vetrine e simboli multinazionali.

Quando ci penso, mi appare sempre una scena del genere: i poliziotti entrano alla chetichella nell’edificio con una busta della spesa contenente due molotov e si domandano dove piazzarle esattamente per far sì che la busta risulti proprietà legittima dei manifestanti; uno di loro ha la vocina petulante di Steve Buscemi nel film “Fargo” e avanza tutte ipotesi improbabili – «Le mettiamo qua nel sacco a pelo? Nella tasca della tizia tedesca? Ci scriviamo sopra il nome con il pennarello, tipo festa della scuola media? Ma se poi riconoscono la mia calligrafia?» –, mentre l’altro ha la faccia ottusamente feroce del suo collega criminale Peter Stormare e dice solo «No!» e fuma, ed entrambi hanno la barba ben rasata, gli occhi stanchi e la convinzione – giustissima, tra l’altro – di essere abbastanza intoccabili.

Chissà se osservano o partecipano al pestaggio collettivo in atto?

Non lo descriverò.

Mi torna sempre in mente la foto del termosifone giallastro sporco di sangue con ciuffi di capelli appiccicati.

Io ho preso diversi colpi, calci e pugni, sono stato costretto a stare in piedi con le mani sopra la testa e appoggiate al muro per diverse ore – quasi un giorno – senza mangiare né bere, ho ricevuto insulti abbastanza prevedibili (l’immancabile zecca, tua madre fa questo e quello, sfasciavetrine) e ascoltato canzoncine che inneggiavano alla morte degli ebrei e dei negri e alla grandezza di Pinochet e del duuu-ce.

Credo di essere stato fortunato: non mi hanno spaccato i denti a calci, non mi hanno fratturato un braccio, non mi hanno inondato gli occhi di spray al peperoncino, non ho riportato un’emorragia cerebrale o toracica, non mi hanno minacciato di stupro, non mi hanno lanciato per le scale a testa in giù, non mi hanno spento sigarette sulla pelle, non sono andato in coma e non mi hanno sventolato un cazzo a pochi centimetri dal naso.

In realtà, se devo dirla tutta, la cosa che più mi ha terrorizzato della mia permanenza a Bolzaneto non è stato quello che ho subìto, ma quello che sentivo stavano subendo gli altri.

Nella nostra cella arrivavano le urla terribili di altri manifestanti, urla che sono rimaste per diverso tempo aggrappate ai ricordi delle settimane successive.

Devo anche ammettere il sollievo codardo di non essere là e la paura tremenda che sarebbe presto toccato a noi, cosa che in parte accadde, e poi l’arrivo improvviso dell’elemento che più di tutti mi spinge a chiedermi cos’è un essere umano: le risate.

Insieme alle urla di dolore, sentivo le risate.

È qualcosa che non t’aspetti, perché le grida di dolore di tante persone in qualche strage o film le abbiamo sentite, però le risate, le risate no.

Ovviamente la scena de Le iene con lo psicopatico che tortura ridendo il poliziotto l’abbiamo vista, ma le urla provenivano da una persona sola e lo psicopatico era caratterizzato come psicopatico appunto, perfino gli altri rapinatori lo schifavano.

Poi ci sono il pestaggio del barbone e lo stupro di gruppo di “Arancia meccanica”, però, anche lì, gli autori erano ragazzotti iperstimolati e violenti, non propriamente forze dell’ordine.

A mia memoria, ma potrebbe essere soltanto uno stereotipo del mio immaginario, i film con nazisti mostravano sempre personaggi molto freddi che ascoltavano Beethoven durante o dopo lo svolgimento delle loro mansioni.

Anche se la realtà delle foto sbucate dal carcere di Abu Ghraib con i sorrisi dei militari americani davanti a corpi umani accatastati e abusati in maniera orripilante ha raccontato altro.

Come per le armi di distruzione di massa e le molotov, quelle foto sembrano essere la versione pornografica proiettata su un maxischermo di ciò che accadde a Genova due anni prima.

E poi: sono risate di scherno verso la vittima o sono risate di reale divertimento per il dolore inflitto alla zecca-negro-puttana-nano-frocio?

Sono risate per cementare una relazione tra duri, tra uomini in divisa che ne hanno viste così tante che questi ragazzini fanno semplicemente ridere?

Sono risate del bambino che può permettersi il piacere di fare ciò che vuole?

Davvero, mi fa impazzire: non riesco a capire come è possibile ridere mentre si infligge dolore e si vede il dolore negli occhi di un’altra persona immobile.

COMMENTO:
Nessun attacco da parte mia alla polizia e carabinieri ma verso coloro che credono di poter sputare sulla propria divisa.

Purtroppo, troppe volte siamo stati di fronte ad atti criminali da parte di chi dovrebbe difenderci dai criminali.

Durante i fatti di Genova un ragazzo è morto, centinaia di feriti.

Non solo durante gli scontri in piazza ma verso coloro che occupavano degli spazi per dormire.

Ragazzi, e non solo, picchiati a sangue mentre sono seduti in aule o corridoi della Diaz e di Bolzaneto.

È questa la democrazia di cui parliamo?

Carabinieri e poliziotti avete sporcato la divisa dell’atto straordinario e nobile del carabiniere SALVO D’ACQUISTO.

Gianni ZANIRATO

2 comments Add yours
    1. Ministro dell’interno era Scajola ed insomma possiamo considerarlo al posto giusto, ma Fini cosa ci faceva?
      Va beh, qualche sospettino, ammetto ce l’avevo e ce l’ho.
      Quanta gente importante in quei giorni a Genova!
      Gianni ZANIRATO

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