AFGANISTAN, ERFAN A PIEDI NUDI VERSO UNA NUOVA VITA: “È LUI LA TRASPARENZA”

l bambino di due anni è arrivato all’aeroporto di Roma Fiumicino in braccio al papà.

“Mio figlio ha visto le vittime attorno a noi dopo l’attentato, è stato terribile. Ha iniziato a urlare, è entrato in uno stato di shock.Eravamo appena riusciti a scavalcare la rete oltre lo scolo, poi quello scoppio fortissimo”, racconta Alì Mohammadi

ROMA– Erfan sbarca all’aeroporto di Fiumicino in braccio al papà, piedini scalzi, maglietta bianca e pantaloncini neri.

Sorride, abbraccia la mamma sulle sedie della grande sala illuminata del terminal 5, colora l’album regalato dalla Croce Rossa, mangia i biscotti.

Il buio della paura sembra lontano.

Si è lasciato alle spalle il terrore, i morti ammazzati, la violenza.

A meno di due anni i suoi occhi hanno fotografato l’orrore di Kabul.

“Mio figlio ha visto le vittime attorno a noi dopo l’attentato, è stato terribile.

Ha iniziato a urlare, è entrato in uno stato di shock.

Eravamo appena riusciti a scavalcare la rete oltre lo scolo, poi quello scoppio fortissimo”, racconta Alì Mohammadi, poco più di 30 anni.

Sul volto tutto il dolore degli ultimi giorni.

Erfan, è uno degli afghani più piccoli partiti con l’ultimo C-130 da Kabul, è rimasto senza scarpe subito dopo l’attentato kamikaze di giovedì.

Gli sono state strappate dai piedi nella calca, è stato anche ferito a un braccio.

La furia dello scoppio ad Abbey Gate è arrivata fino alle decine di disperati che erano riuscite a raggiungere l’area partenze dell’aeroporto di Kabul.

La famiglia di Erfan, padre, madre, nonno e la sorellina di 5 anni, è finita a terra a faccia in giù.

“Get down, get down”, urlavano i soldati americani convinti che da lì a poco ci sarebbe stato un altro attacco.

“Volevano salvarci ma avevano terrore come noi”, racconta Alì al mediatore culturale della Croce rossa italiana che segue l’accoglienza della famiglia a Fiumicino.

Erfan per due ore ha perso l’udito, come molti dei sopravvissuti all’attentato che si trovavano vicino Abbey Gate.

Il boato gli ha tappato le orecchie.

“È difficile spiegare la differenza tra noi e voi – dice Alì, che a Kabul gestiva un negozio di alimentari – Noi siamo vivi, voi vivete. Quando si esce di casa non si sa mai se ci si rivedrà alla sera. La nostra sofferenza è profonda. Quando c’è stato l’attentato mio padre ha iniziato a piangere mentre era a terra”.

Ha detto: “Se muore Erfan per me non ha senso più nulla, né vivere né andare in Europa. Voglio morire anch’io”.

Erfan e Mariam sono la speranza”.

Alì e la sua famiglia non hanno portato nemmeno una valigia al seguito.

“La mia casa era tutto, lì era nato anche mio padre. E quella non potevo di certo portarla con noi. Il nostro passato non c’è più, a Kabul sono rimasti tanti nostri parenti”, dice mentre tiene in braccio Erfan.

“Non voglio che si sporchi i piedi”.

Adesso è il momento dell’attesa.

“Non sappiamo dove andremo e cosa faremo. Ho iniziato a respirare quando si è aperto il portellone dell’aereo, qui in Italia. Solo in quel momento ho compreso che eravamo salvi. E questo è già tanto”, si commuove Alì.

Alle 18 Erfan non è più a piedi scalzi, riceve un paio di scarpe da ginnastica dalla Croce Rossa che ha anche organizzato una raccolta per l’Afghanistan. Erfan inizia a saltellare e si avvicina agli altri bambini.

“Mekhaiom bazi konom (voglio giocare un po’)”, è contento e alza le braccia al cielo.

COMMENTO:

Non trovo le parole.

Quando vogliamo esprimere il nostro orrore spesso diciamo “animaleschi” ma gli animali non sono così crudeli.

Che angoscia infinita!

Credenti di ogni religione il vostro dio vi punira’ non può esistere un dio tanto terribile.

Ricordo che “Gott mit uns” (“Dio e’ con noi” ) era lo slogan delle SS. Ricordiamolo sempre.

Quante crudeltà nel nome del proprio dio!

Gianni ZANIRATO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.